Gli affreschi di Pompei ricostruiti dal robot dell'IA

Impatto quello dell'IA che garantirebbe maggiori aiuti agli archeologi

Gli affreschi di Pompei ricostruiti dal robot dell'IA
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29 Novembre 2025 - 17.59


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Un robot guidato dall’IA utilizzato per la ricostruzione degli affreschi di Pompei a partire da centinaia di frammenti.

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Sperimentato positivamente nel Parco Archeologico di Pompei grazie al progetto di ricerca “RePAIR” (Reconstructing the Past: Artificial Intelligence and Robotics Meet Cultural Heritage), finanziato dall’Unione Europea, questo risultato dimostra quanto nell’immediato futuro, robotica e intelligenza artificiale possano collaborare e aiutare gli archeologi nel proprio lavoro.

Gli oggetti di studio sono due affreschi dal patrimonio culturale mondiale indiscusso: gli affreschi del soffitto di ambienti della Casa dei Pittori al Lavoro nell’Insula dei Casti Amanti, danneggiati dall’eruzione del 79 d.C. e successivamente ridotti in frantumi a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e gli affreschi della Schola Armaturarum, determinati dal crollo dell’edificio nel 2010 e in parte ancora non ricollocati.

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Il progetto, partito a Settembre 2021, è stato coordinato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia, e ha inoltre coinvolto diversi altri Atenei e Istituti di ricerca in Europa e in Italia, tra cui l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e il Parco Archeologico di Pompei, campo sperimentale di applicazione del progetto.

Con queste parole, Marcello Pelillo, docente alla Ca’ Foscari di Venezia, nonché coordinatore del progetto, ha spiegato: “Dopo aver acquisito e digitalizzato le immagini dei singoli frammenti il sistema cerca di risolvere il ‘puzzle’ e la soluzione trovata viene inviata alla piattaforma hardware che, utilizzando due bracci robotici dotati di ‘soft hand’, colloca automaticamente i frammenti nella posizione desiderata. Si tratta di un puzzle estremamente complesso, formato da centinaia o migliaia di frammenti spesso logorati o gravemente danneggiati, senza conoscere in anticipo quale dovrebbe essere il risultato finale. Manca, per così dire, l’immagine sulla scatola che possa guidare il lavoro”.

“I pezzi recuperati – prosegue Pelillo – rappresentano frequentemente solo una porzione dell’opera originaria, rendendo inevitabili ampie o numerose lacune nella ricostruzione. A complicare ulteriormente il processo c’è l’effettiva provenienza, poiché non di rado i frammenti, pur appartenendo a opere differenti, risultano mescolati tra loro. Per affrontare questo formidabile problema abbiamo impiegato sofisticate tecniche di intelligenza artificiale e realizzato un’interfaccia che consente agli archeologi di dialogare con il sistema”.

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Così invece il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel: “È una grande sfida affrontare la ricomposizione di una immensa mole di frammenti, come ad esempio quelli danneggiati durante i bombardamenti di Pompei nel 1943, e che dovrebbe essere possibile grazie alla forma e alla decorazione singolare di ogni elemento. Ma nessun essere umano ci riuscirebbe da solo. È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale, che ci aiuta ad affrontare la complessità dei materiali archeologici, e che in futuro avrà un ruolo centrale nell’archeologia”.

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