Forcellino: «La morte di Colalucci? Un’impresa sovrumana il suo restauro di Michelangelo»

Il restauratore, studioso e scrittore ricorda il collega appena scomparso che recuperò gli affreschi della Cappella Sistina: «Era un uomo generosissimo»

Gianluigi Colalucci in un fotogramma da una conferenza all’Accademia nazionale di San Luca a Roma

Gianluigi Colalucci in un fotogramma da una conferenza all’Accademia nazionale di San Luca a Roma

Stefano Miliani 30 marzo 2021
Nella notte tra domenica e lunedì se n’è andato a 92 anni Gianluigi Colalucci, restauratore che ha avuto la sapienza, e il coraggio, di restaurare gli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina: sia il ciclo nella volta, eseguito dal 1508 al 1512, sia il Giudizio universale dato 1535-41. «Ha compiuto un’impresa sovrumana ed era anche un uomo generosissimo»: così lo descrive a globalist.it Antonio Forcellino, il maggior esperto e restauratore del Buonarroti, studioso, storico dell’arte dell’artista toscano e del Rinascimento nonché narratore dalla penna avvincente. 

Romano del 1929, diplomatosi all’Istituto Centrale del Restauro diretto da Cesare Brandi, colui che ha impresso una svolta determinante al recupero scientifico delle opere d’arte, Colalucci ha visto il culmine del suo lavoro nella Cappella in Vaticano dal 1980 al 1994. Non fu facile: era sotto lo sguardo del pianeta e, poiché restituiva un Michelangelo più luminoso e aderente ai colori originari, ricevette attacchi estremamente duri ai quali seppe resistere senza arretrare. Colalucci però ha lavorato anche su molti maestri e capolavori perché, come logico, non approdava alle pitture del Buonarroti da debuttante: è intervenuto sugli affreschi di Giotto alla Cappella degli Scrovegni a Padova, su Mantegna, sul San Girolamo di Leonardo ai Musei Vaticani, su Raffaello, Dosso Dossi, Lorenzo Lotto, Tiziano, Guido Reni, Caravaggio, Guercino.

Forcellino, come conosceva Colalucci? 
Con Colalucci sono stato molto vicino quando ho scritto su Michelangelo. Ci siamo conosciuti intorno al cantiere nella Cappella Sistina: mi ero occupato di tecniche pittoriche, del ponteggio degli affreschi, avevo seguito il restauro, partecipando alle polemiche contro il suo restauro che furono violentissime, soprattutto di James Beck, in attacchi che erano anche una forma di colonizzazione culturale. 
Lui come reagì?
Vi tenne testa grazie alla solidità della sua cultura. È stato straordinario e seppe evitare di cadere nella trappola di quella violenza. 
Come valuta il suo operato?
Per un restauratore è quasi sovrumano quello che ha fatto alla Sistina. Quando si restaura una superficie così grande mantenere la stessa misura, anche nella “reintegrazione pittorica”, è difficilissimo e chi fa questo lavoro lo sa. Lui ci riuscì perché era dotato di un fortissimo equilibrio anche intellettuale. È difficile tenere sotto controllo superfici vaste come la volta e il Giudizio universale, nessuno mai si era confrontato con un’impresa del genere: dal punto di vista professionale è stato incomparabile. Oltre tutto ogni volta che sono intervenuto per sostenere la dimensione creativa del restauro mi sono sempre rivolto a lui: era la persona che poteva testimoniare meglio lo sforzo del restauro che molti, in questi anni, hanno tentato di ridurre a mera tecnica: non è così, è una sensibilità creativa e lui ha lo ha dimostrato.

Come uomo, come lo ricorda?
Dico solo che quando ho scritto mia biografia su Michelangelo mi ha aiutato moltissimo ed è cosa rara. Non è mai successo che uno studioso che aveva acquisito informazioni importantissime sulla tecnica del Buonarroti le abbia condivise con me come ha fatto lui. Quando andai a Torre del Pietro dove viveva è stato estremamente generoso: mi ha spiegato tutto quanto aveva capito e nessuno, nella mia oramai lunghetta carriera di scrittore, è stato così prodigo. Colalucci capiva l’importanza della condivisione delle informazioni e non è scontato, non possiamo pensare che sia un tratto comune. 
Cosa lascia ancora ai restauratori?
È stato un esempio magnifico, soprattutto in una fase dove noi restauratori abbiamo combattuto tanto per il rispetto intellettuale della categoria. Anche quando era oramai anziano e fuori dalle contese si è speso tantissimo. Una volta organizzai una conferenza stampa alla sede della stampa estera a Roma. Ero giovane, avevo bisogno di lui e di un altro restauratore del livello di Carlo Giantomassi e vennero entrambi. È un uomo che ho ammirato molto e ci mancherà, non è retorica, sono fatti. Anche quando era famoso si è speso per i giovani per il valore intellettuale di questo lavoro ed è la cosa più bella.