Lina Bo Bardi, l’architetta che abbracciò città, natura e vita di comunità 

La Biennale di Venezia assegna il Leone alla memoria alla progettista e critica italo-brasiliana appena celebrata dal museo Maxxi

Lina Bo Bardi. Foto Pietro Bardi, 1947, courtesy of Instituto Bardi. Per la Biennale di Venezia

Lina Bo Bardi. Foto Pietro Bardi, 1947, courtesy of Instituto Bardi. Per la Biennale di Venezia

Stefano Miliani 10 marzo 2021
Un’architetta, designer, critica, italo-brasiliana ha impiegato un ampio vocabolario formale, ha costruito edifici dalle linee rette, nitide, razionali, ha usato ampiamente la luce naturale attraverso intere pareti in vetro in una casa tra gli alberi, ha sfruttato il cemento armato a vista e ha declinato il Modernismo in forme personali e attente al vivere civile. Lina Bo Bardi (1914-1992) era nata a Roma, laureata nel 1939, già immersa nel mestiere durante gli anni della guerra, nel 1946 andò con il marito a San Paolo in Brasile dove progettò il Masp–Museu de Arte de Sao Paulo e ha costruito dimore  come la Casa de Vidro, circondata dal verde e ora sede dell’Istituto Bardi.
A Lina Bo Bardi va il Leone speciale alla memoria della Biennale Architettura 2021 su proposta di Hashim Sarkis, curatore della 17esima mostra dell’ente veneziano posticipata dal 2020 a quest’anno e che le sarà assegnato postumo sabato 22 maggio 2021 nel giorno inaugurale. L’esposizione dal titolo “How will we live together?” proseguirà fino al 21 novembre. 

Penserete che un Leone alla memoria è un po’ tardivo e in effetti lo è, pur tuttavia  serve una considerazione: la Biennale architettura è un organismo giovane, nacque nel 1980 per cui non ci furono molte edizioni per riconoscerne il talento e le idee. L’ente le aveva già riservato una sala del Padiglione Centrale ai Giardini nella mostra del 2010 e nel 2004, in occasione della Biennale Architettura 2004, inoltre, Ca’ Pesaro le aveva dedicato una personale nella sezione “Metaeventi”.

C’è un’istituzione italiana che ha guardato molto al lavoro di Lina Bo Bardi: è il Maxxi, il museo nazionale delle arti contemporanee di Roma. Nel 2014-2015 le dedicò una retrospettiva sulla sua formazione e carriera in Italia prima dell'emigrazione in Brasile nel 1946. Dal settembre scorso fino a febbraio il centro espositivo ha avuto una videoinstallazione su nove canali dell’artista e filmmaker inglese Isaac Julien, “Lina Bo Bardi – Un meraviglioso groviglio” a cura di Luigia Lonardelli: chi l’ha vista ha elargito elogi a questo intervento visivo e musicale con due attrici brasiliane, Fernanda Montenegro e Fernanda Torres, sulla vita, i progetti e le idee dell’architetta.

Perché il Leone d’oro? Hashim Sarkis scrive: «La carriera di progettista, editor, curatrice e attivista ci ricorda il ruolo dell’architetto come coordinatore (convener) nonché, aspetto importante, come creatore di visioni collettive. Lina Bo Bardi incarna inoltre la tenacia dell’architetto in tempi difficili, siano essi caratterizzati da guerre, conflitti politici o immigrazione, e la sua capacità di conservare creatività, generosità e ottimismo in ogni circostanza. Tra le sue opere spiccano edifici imponenti che con il loro design coniugano architettura, natura, vita e comunità».

Per Sarkis la dimensione anche comunitaria del suo lavoro è determinante: «Nelle sue mani l’architettura diviene effettivamente una forma di arte sociale capace di favorire l’incontro. L’esempio più alto di questa attitudine è il progetto del Museo di San Paolo, emblematico per la sua capacità di creare uno spazio pubblico per l’intera città, di realizzare spazi interni flessibili e di essere adatto a ospitare esposizioni sperimentali e inclusive, come quelle della stessa Bo Bardi. I titoli delle mostre che vi si sono svolte (“The House as Soul”, “The Dignity of Architecture”, “The Hand of the Brazilian People”) valgono da soli a illustrare molto efficacemente la capacità dell’architettura di unire le persone».

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