L’archeologo Matthiae: «Negazionismo inaccettabile sui ritratti dell’antico oriente»

Lo studioso ha scritto un libro sull’arte dall’Egitto alla Mesopotamia: «Basta pregiudizi eurocentrici». E ricorda il collega Khaled al Assaad ucciso dall’Isis

A sinistra Testa di un re di Shimashki (?), a destra La regina-faraone Hatshepsut.  New York, The Metropolitan Museum da “I volti del potere”, Einaudi

A sinistra Testa di un re di Shimashki (?), a destra La regina-faraone Hatshepsut. New York, The Metropolitan Museum da “I volti del potere”, Einaudi

Stefano Miliani 14 febbraio 2021
Come siamo ancorati a tanti cliché culturali … Quando osserviamo il ritratto di un faraone o di un re ittita, quanto restiamo agganciati a una visione eurocentrica del mondo … In buona fede, ci comportiamo da  «negazionisti» … Lo si comprende da un saggio d’archeologia che travalica la disciplina e ha molte implicazioni: il libro è I volti del potere. Alle origini del ritratto nell’arte dell’Oriente antico (Einaudi, pp. XX – 322, ill. € 36,00), lo firma l’archeologo Paolo Matthiae. Il quale compie un excursus impressionante per profondità ed erudizione narrando come il ritratto nelle grandi civiltà preclassiche dell’Oriente mediterraneo, dall’Egitto alla Mesopotamia, dall’Anatolia alla Siria all’Iran, non sia stata affatto una pratica immobile e immutabile, ripetitiva come la nostra cultura occidentale ci ha insegnato. Nutriamo un giudizio, anzi un pregiudizio, su quelle civiltà dal III millennio a.C. in poi «inaccettabilmente sommario e soprattutto non corrisponde per nulla alla realtà», scrive lo studioso.
Romano del 1940, oltre ad aver insegnato alla Sapienza di Roma Matthiae è l’archeologo che ha scoperto e scavato la città romana di Ebla in Siria, è uno dei maggiori conoscitori al mondo delle antiche civiltà del vicino Oriente. Qui racconta perché la nostra visione è alterata e ricorda Khaled al Assaad, l’archeologo e conservatore di Palmira che i terroristi dell’Isis assassinarono e di cui sono stati trovati i probabili resti di recente. Un inciso: l’apparato di immagini dai musei di mezzo mondo ci squaderna una carrellata di capolavori dal fascino profondo. 

Lei delinea una storia del ritratto nelle grandi civiltà dell’Oriente antico, Mesopotamia, Siria e Iran, Egitto e Anatolia: ne abbiamo una percezione viziata?
La nostra concezione del ritratto, nella percezione comune e in moltissimi studiosi, è effettivamente viziata: lo riteniamo qualcosa che si è sviluppato nel mondo etrusco, romano, greco e poi ha avuto sviluppi straordinari nel Rinascimento fino all’età moderna. Ciò dipende da un nostro pregiudizio fortemente radicato che vede lo sviluppo storico delle civiltà soprattutto nel mondo greco romano e nei suoi successori in occidente, in Europa. Consideriamo le grandi civiltà del Mediterraneo orientale dall’Egitto all’Anatolia alla Siria fino alla Persia un mondo piuttosto fisso, statico, uguale a se stesso. Di conseguenza vediamo il ritratto come una serie di stereotipi senza nessuna identità. Il mio saggio cerca di correggere questa visione secondo me anomala, antiquata e non più accettabile.  
Nella prefazione lei parla di “giudizi negazionistici dell’artisticità stessa delle opere mesopotamiche ed egizie”. Questo negazionismo culturale è un atteggiamento di egemonia culturale, di cecità?
Sì. È il pregiudizio di considerare le opere soprattutto quelle dell’Egitto in pittura, scultura e architettura come qualcosa che si ammira per la monumentalità, il meraviglioso e per la fissità risale ad autori classici. Tanto non per non fare nomi sia Platone che Erodoto ammiravano queste grandi civiltà perché immobili, meravigliose, monumentali per dimensioni, non per altro, in un certo modo fuori dalla Storia. Secondo loro queste civiltà non avrebbero avuto un vero sviluppo storico che sarebbe proprio del mondo greco e romano. È una posizione ormai inaccettabile, diciamo pure eurocentrica, da superare. 
In un passo lei scrive che “a determinare nelle singole civiltà dell’Oriente antico una sorta di struttura di base dell’immagine figurativa del potere” è l’ideologia della regalità, del re.
È quanto penso. Dall’Egitto alla Mesopotamia, dal mondo ittita dell’Anatolia fino all’Iran achemenide le immagini di queste culture che mutano sono quelle dei gestori massimi del potere. Per fare un esempio, questa concezione orientale antica del volto del re dipende dalla ideologia del sovrano stesso nelle varie ideologie molto diverse tra loro. Nell’Egitto il faraone era un dio vero e proprio, un re-dio, in Mesopotamia il re d’Assiria o i re di Babilonia erano invece tutt’altro, erano vicari del dio maggiore per cui dovevano interpretare gli dei mentre il faraone interpretava se stesso. Già nell’antico regno egiziano, nel terzo millennio, si vede che i grandi artisti dell’età dei creatori delle piramidi di Giza dovevano contemperare l’assoluto divino del dio-re con gli aspetti identitari e umani. 
Tra le opere documentate nel libro quale la appassiona di più? A suo gusto personale?
Sono un archeologo che si è occupato essenzialmente di Siria, Mesopotamia, Anatolia, Iran. Ci sono assoluti capolavori nel mondo egiziano ma mi sembra un capolavoro sotto ogni aspetto una celebre testa in rame del III millennio, del 2350 avanti Cristo o poco dopo, chiamata la “testa di Sargon”, trovata nel tempio di Inive in Assiria: ha particolari tratti identitari ed è forse la maggiore opera del mondo orientale antico. 

Cosa ha pensato alla notizia del ritrovamento, nei giorni scorsi, dei resti di Khaled al Assaad, l’archeologo ucciso nel 2015 dall’Isis a Palmira e che lei conosceva di persona?
Lo conoscevo abbastanza bene, era il conservatore delle antichità di Palmira. Era contro tutto quello che ha ignobilmente detto e scritto l’Isis prima della esecuzione abominevole. Non era un servo dello Stato, era – come diciamo in Occidente – un molto corretto e leale servitore dello Stato. Era uno studioso molto competente dell’arte di Palmira. Era anche un tipico signore beduino: molti archeologi, incluso io, nei giorni di vacanza andavano lì e pure se era festa ospitava generosamente gli stranieri. Era una persona squisita, competente, oggettiva, il suo assassinio è stata una barbarie inaudita. 

Nelle foto in alto:
a sinistra
Testa di un re di Shimashki (?), rame arsenicale, provenienza ignota, Periodo
di Awan o di Shimashki. New York, The Metropolitan Museum, Rogers Fund. Foto courtesy del Museo;
a destra
La regina-faraone Hatshepsut, alabastro cristallino, da Deyr el-Bahri, XVIII
Dinastia, particolare del busto. New York, The Metropolitan Museum. Foto del Museo