Vazquez: “Il writer Geco fa arte disobbediente, vi dico perché non viene accettata”

Vi proponiamo un brano da “Non autorizzati”: testo a più voci che parte dal fermo al presunto autore romano di tag per parlare di street art e politica delle città

Un’opera di Geco a Roma dal libro  “Non autorizzati” . Foto © Mariagrazia Zappalà

Un’opera di Geco a Roma dal libro “Non autorizzati” . Foto © Mariagrazia Zappalà

redazione 19 gennaio 2021
Un paio di mesi fa la polizia capitolina ritenne di aver identificato Geco, autore di “tag” spesso a caratteri cubitali a Roma e in altre città (clicca qui per la notizia). La sindaca Virginia Raggi nella sua nota sul fermo usò toni che sembrano più adatti a un terrorista che a un writer. Ne è seguito un dibattito che investe categorie estetiche e politiche e la convivenza urbana. 
Giorgio De Finis, antropologo, artista, curatore indipendente, direttore del Museo delle periferie a Roma, ha curato un libro in tempi rapidissimi, “Non autorizzati. L’arte disubbidiente nello spazio urbano” (Castelvecchi editore, pagine 168, Euro 17,50). Il volume lunedì 18 esce in libreria, lo trovate già in ebook e affronta l’argomento “Geco” e va oltre: più estesamente si tratta in queste pagine di writing, tag, street art, la convivenza urbana attraverso le immagini su muri e palazzi, attraverso le voci di artisti, street artist, writer, antropologi, architetti, critici, curatori e avvocati. L’obiettivo non si limita al caso di Geco, è “il rapporto tra arte e città, la definizione stessa di arte”. 
Dal libro prendiamo, su gentile concessione, un brano dal saggio di Daniele Vazquez che inquadra bene l’arte di Geco e perché, a differenza di altri autori di street art e writing, non è stato riconosciuto dal sistema dell’arte.  

di Daniele Vazquez: “Che cos’è il Sublime Colossale? Geco e l’arte Ultra-Contemporanea”

Artisti come Basquiat, Haring, Banksy hanno iniziato con l’utilizzare come supporto esclusivamente i muri dello spazio pubblico urbano e, inizialmente considerati come nemici della morale pubblica, hanno finito per essere valutati genuinamente come artisti di genio e talento, spendibili nel mercato dell’arte. In Italia una situazione del genere si è verificata con artisti come Sten, Lex e Lucamaleonte, i quali hanno iniziato la loro carriera con “stencil” realizzati direttamente sui muri degli edifici pubblici e privati. Dunque, la soluzione di includere questi artisti nelle gallerie e nei musei, di valutarli secondo le regole del mercato dell’arte ha finito per rendere più tollerabili e addirittura in molte città tutelabili, in quanto paesaggio urbano della vita quotidiana, le loro opere.

Cosa non ha funzionato con l’opera d’arte totale “Geco” in questo caso? Perché non vi è stata una legittimazione artistica del suo lavoro da parte della critica? Ovviamente, non si può dire “non c’è differenza tra un Banksy e un Geco”, così come non si può dire che non vi sia differenza tra un’opera di Michelangelo e una di Caravaggio. Non è questione se siano di eguale natura, è questione se si tratti, al contrario, in realtà, di due forme di arte diverse. L’una ha trovato legittimazione, l’altra ancora aspetta da lungo tempo di essere legittimata e non perché debba essere legittimata ad ogni costo, ma perché fino a ora non si sono trovate le categorie estetiche adeguate all’interpretazione corretta che ne permetta un libero apprezzamento. Inoltre, manca una soluzione di compromesso che le renda gestibili nei luoghi deputati dell’arte.

I motivi di questa assenza della critica dell’arte sono tre:
1) Tali opere non risultano come opere figurative, espressioniste o astratte, ma semplicemente come un “tag”, cosa che apparentemente non trova giustificazione estetica e sembra soltanto affronto alla morale e ai costumi pubblici.
2) Tali opere sono spesso realizzate con rapidità e atteggiamento sprezzante, una tecnica chiamata “throw up” che provoca spesso nelle genti della metropoli anche più educate al giudizio estetico disgusto e non apprezzamento.
3) Tali opere sono invadenti, ovvero sono reiterate a tal punto da potersi ritrovare ovunque sotto forma non solo di “tag”, ma di graffito e “sticker”, in una città, ma spesso in tutte le città di un intero continente.
Per cui finora la critica dell’arte ha avuto buon gioco nel separare ciò che era spendibile nel mondo delle gallerie, dei musei, del mercato dell’arte perché facilmente categorizzabile esteticamente e gestibile nei luoghi dell’arte, da ciò che non era spendibile per i motivi indicati. Tali motivi, non categorizzabilità, disgusto anche tra i critici e poca gestibilità nei luoghi dell’arte per l’estensione dell’opera grande alle volte quanto un intero continente. Eppure, proprio queste proprietà, qualora le esaminassimo in modo più approfondito sono proprio ciò che permette a opere simili una valutazione estetica diversa dalla “street art” ordinaria, una valutazione che a molti è sfuggita relegandole così nel mondo indegno per l’arte del vandalismo urbano. Di vandalismo non si tratta in realtà e non per un gioco malizioso del discorso. Vediamone le ragioni seriamente. 

Il “tag” in sé e per sé potrebbe trovare anche una sua legittimazione estetica, tuttavia per noi non è sufficiente per poterla dire arte e non vandalismo. La tecnica è importante, il “throw up” è senz’altro tecnica interessante dal punto di vista estetico, ma anch’essa tuttavia per noi non è sufficiente per poterla dire tecnica artistica e non danneggiamento di beni pubblici o privati. Invece la grande estensione, distribuzione e ricaduta massiva sulle città fino a coprire un intero continente è di così grande interesse estetico da giustificare i primi due aspetti di questi lavori artistici, il “tag” e il “throw up”. Infatti, uno dei requisiti meno frequentati dell’arte in generale e dell’arte contemporanea in particolare che pur ne avrebbe oggi i mezzi finalmente è quello del “sublime colossale”.