L’artista Gaggia: “Anche Ancona fu colpita dalla strage di Ustica, così lo ricordo”

L’autore ha collocato un arazzo con scritta in braille nel museo per ipovedenti Omero: “Davanzali dovette chiudere la sua compagnia Itavia per il disastro ma l’aereo fu abbattuto”

L’arazzo di Giovanni Gaggia “Quello che doveva accadere” al Museo Omero. Foto Anna Di Blase

L’arazzo di Giovanni Gaggia “Quello che doveva accadere” al Museo Omero. Foto Anna Di Blase

Stefano Miliani 2 gennaio 2021
L’immagine che vedete con questo articolo è un arazzo in lana follata dal titolo “Quello che doveva accadere”. È un’opera di Giovanni Gaggia, artista e performer marchigiano, che rimanda alla tragedia del Dc-9 abbattuto su Ustica il 27 giugno 1980 ed è in quel luogo unico d’arte, esperienze e conoscenza quale è al Museo Tattile Statale Omero: ben collocato nella Mole Vanvitelliana sul porto, nel museo le opere si devono toccare perché, siano che riproducano la Lupa Capitolina, il David di Michelangelo o San Pietro,  sia che siano opere d’autore dei nostri tempi, sono a disposizione di chi non vede e si affida pertanto al tatto per comprenderne le forme. 

Ora il museo intitolato al poeta cieco ha questo arazzo dove Gaggia riprende con una scritta in Braille la frase “Quello che doveva accadere”. Gliela suggerì  Daria Bonfietti, cofondatrice dell’Associazione dei parenti delle vittime della Strage di Ustica, nel 2014 quando incontrò l’artista nel memoriale di Bologna dove possiamo tutti vedere la carcassa fracassata del velivolo e ascoltare voci con un’installazione di Christian Boltanski. “Quell’aereo, per qualcuno, doveva cadere”, gli disse la ex deputata e senatrice che da parlamentare è stata segretaria della Commissione d’inchiesta sul terrorismo e sulla ricerca dei responsabili delle stragi nel nostro paese. 

Con la sua superficie in apparenza enigmatica, l’arazzo è da pochi giorni nella collezione permanente del museo e quel che incuriosirà i più è: come si associa Ancona con la strage delle 81 vittime dell’aereo colpito da un missile sul cielo di Ustica?  “Oggi sappiamo per certo che l’aereo venne abbattuto, non sappiamo per mano di chi – racconta Gaggia – Ma la compagnia aerea era l’Itavia, e l’azionista di maggioranza era di Ancona, Aldo Davanzali. L’azienda fu dichiarata responsabile del disastro e nel dicembre 1980 le furono tolte le concessioni per volare e fallì. Le figlie dell’imprenditore che per trent’anni ha avuto due rimorchiatori nel porto, Luisa e Tiziana, hanno sempre lamentato l’assenza delle istituzioni. Lo Stato ha risarcito la loro famiglia l’anno scorso. Ho voluto affrontare questo capitolo perché sono marchigiano e perché alla storia come è generalmente conosciuta mancava una parte”. 

Nel suo lavoro Gaggia ha lavorato in sintonia con l’associazione bolognese guidata da Daria Bonfietti e ritiene “altamente simbolico” che l’opera sia “in un museo per ipovedenti”. “Nel 2017 realizzai una performance coprodotta dal Comune di Ancona. Ora l’arazzo al museo Omero raccoglie un’intuizione del curatore di questo intervento, il critico Stefano Verri”. 

L’arazzo con ricamo misura 3,5 metri in larghezza per uno e mezzo in altezza e, quando l’istituto presieduto da Aldo Grassini potrà riaprire per le norme anti-covid, si potrà vedere, si potrà toccare e verrà documentato con pennette digitali per ipovedenti. L’opera comprende anche interventi audio e trascrizioni per i sordi e, dopo essere stata esposta, verrà chiusa in un tubo di metallo con una scritta Braille e rimarrà permanentemente al Museo Omero. Nel ricamo l’ultima lettera è parziale e più sottile “perché a oggi abbiamo una verità parziale. Si può immaginare come le arti entrino in alcuni filoni della vita civile – dice ancora Gaggia – L’arte ha mantenuto i fari accesi su questa tragedia. Penso al film Il muro di gomma, all’installazione di Boltanski a Bologna, alle foto di Nino Migliori, a una performance del coreografo Virgilio Sieni: tutti artisti che non hanno lavorato solo nei loro studi ma si sono affiancati alle famiglie e alle persone e qui è la chiave di volta, l’opera deve passare dalle famiglie, poi alla stampa e al pubblico”. 

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