Gli archeologi al governo: mettete le spese culturali nelle detrazioni fiscali

Le tante associazioni si sono unite per lanciare più proposte concrete per il “Recovery Plan”. Chiedono “interventi mirati e riforme” per non buttare via un’occasione

Il parco archeologico di Sibari in Calabria

Il parco archeologico di Sibari in Calabria

Stefano Miliani 30 dicembre 2020
Niente finanziamenti cosiddetti “a pioggia” (ovvero tante briciole a tantissimi) o ancor meno “aiutini”: piuttosto il “Recovery Plan” del governo sia l’occasione per un nuovo modello della società italiana. A partire da un ventaglio di proposte tra cui ne svetta una concreta e attuabile in tempi fattibili: come accade per le spese sanitarie, diventi possibile detrarre dalla dichiarazione dei redditi anche le spese culturali. Rilancia questa proposta un vastissimo schieramento di archeologi che raccoglie dipendenti pubblici, liberi professionisti, imprese, università con un documento firmato dalle associazioni che hanno aderito al "Tavolo di coordinamento delle sigle del settore archeologia e le Consulte universitarie". Dopo la tavola rotonda “Una ripartenza per i Beni Culturali post covid-19”, organizzata dalla Confederazione Italiana Archeologi, praticamente tutti i rappresentanti di coloro che si occupano di antichità propongono un documento un piano dotato di una visione complessiva sulla cultura, non occasionale.

Il contributo vale come proposta per il “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza” (PNRR). Gli archeologi non pensano solo al settore dei beni culturali. La richiesta di detrarre le spese culturali riguarda l’intero raggio di esperienze possibili: “I biglietti di ingresso o gli abbonamenti a musei, teatri, cinema, le spese per libri, abbonamenti a riviste, prodotti cartacei o audio-video, attività formative, laboratori, visite guidate, tessere di associazioni culturali, comprese le attività in campo archeologico, come visite guidate, laboratori, attività formative, etc”, riassume l’archeologo e docente universitario Giuliano Volpe nel suo blog sull’Huffington Post.

Cosa chiedono, nel settore, gli archeologi? “Non interventi “a pioggia” – scrivono nella nota stampa - ma interventi mirati e strutturali accompagnati da un quadro di riforme” perché – dicono – “se si investe in un sistema non regolato, che non funziona o che non è capace di immaginare o recepire le nuove potenzialità, è a rischio l’efficacia degli investimenti”. In sostanza: si rischia di buttare soldi al vento in progetti senza tenuta nel tempo, magari ad alto richiamo mediatico, e che nella distanza non rigenerano alcunché. Il pericolo esiste.

Il documento non sta nel cassetto o nelle bacheche social. Gli archeologi lo hanno inviato al Ministero per i Beni e attività culturali e turismo - Mibact, al Ministero dell’università e ricerca - Mur, al Ministero dello sviluppo economico - Mise, al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti – Mit. Quanto al settore che è il loro campo d’azione, gli archeologi chiedono che siano messe in pratica le norme sulle “figure professionali del settore” ovvero che si facciano lavorare gli esperti e con compensi e prezzi uniformi altrimenti – non lo dicono ma è sottinteso – sperequazioni e situazioni di sfruttamento continueranno. Valorizzare le professioni di chi sa, detto in altro modo. Per il bene pubblico.

Il documento include un’altra proposta di detrazione fiscale sulla cultura: ridurre l’Iva al 10%, “già applicata per le opere di restauro”, e delineare vantaggi fiscali “per i privati che devono affrontare i costi delle indagini archeologiche in fase preventiva o di assistenza in corso di realizzazione delle opere”. Un capitolo riguarda il digitale applicato all’archeologia con la proposta di creare un “Inventario nazionale dei siti e dei ritrovamenti”, di digitalizzare i dati di archivio e pubblicare il materiale inedito storico.

Il testo contiene altro. Il senso complessivo lo riassume sempre Volpe nel suo blog quando scrive: “Le proposte sono orientate a rilanciare la ricerca, la tutela e la valorizzazione del patrimonio archeologico (e, più in generale, culturale) sentito finalmente non come un problema ma come un’autentica risorsa per la crescita dell’Italia. Perché non ci sono solo Pompei e il Colosseo, che ancora oggi concentrano l’attenzione dei media e del grande pubblico. E finché si punterà solo sui cosiddetti ‘grandi attrattori’ i risultati saranno minimi: quanti milioni di visitatori in più potranno sostenere Pompei e il Colosseo oltre quelli che già affollavano la città vesuviana e l’anfiteatro flavio prima del covid?”

Se vi interessano le associazioni che hanno firmato, ve le elenchiamo qui di seguito.
Ana – Associazione Nazionale Archeologi; Api – Archeologi Pubblico Impiego Mibact; Archeoimprese – Associazione delle imprese archeologiche; Assotecnici – Associazione Nazionale dei Tecnici per il Patrimonio Culturale; Cia – Confederazione Italiana Archeologi; Cna – Confederazione Nazionale Artigianato e p.m.i. – Unione nazionale artistico e tradizionale; Consulta di Topografia Antica; Fap – Federazione Archeologi Professionisti; Federazione delle Consulte Universitarie di Archeologia (Consulte di: Preistoria e Protostoria; Archeologia del mondo classico; Archeologie postclassiche; Numismatica; Studi dell’Asia e dell’Africa); Legacoop Produzione & Servizi; Mi Riconosci? sono un professionista dei Beni Culturali.