Tomaso Montanari: «Richard Ginori sarà un museo sul lavoro e di giustizia sociale»

Parla lo storico dell’arte nominato presidente della Fondazione di Sesto Fiorentino: «Dobbiamo creare un luogo identitario e avviare i restauri con urgenza»

Un interno del museo Richard Ginori di Sesto Fiorentino. Foto Stefano Miliani

Un interno del museo Richard Ginori di Sesto Fiorentino. Foto Stefano Miliani

redazione 23 ottobre 2020
di Stefano Miliani

A Sesto Fiorentino un luogo ora quasi nascosto è un caposaldo della cultura e della storia sociale e civile della città a nord di Firenze: la manifattura con museo Richard Ginori, di Doccia. Quel patrimonio di maioliche, porcellane e testimonianze del lavoro e di una fabbrica con ottomila pezzi dal 1737 all’ultimo decennio del XX secolo, gessi, documenti storici, era in abbandono e il fabbricato stava andando in malora. Un anno fa, era il 19 dicembre, il ministro per i Beni e le attività culturali Dario Franceschini, l’allora presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, il sindaco Lorenzo Falchi sottoscrivevano l’atto di acquisto in mano pubblica in vista di una Fondazione e archivio con annesso museo Richard Ginori della manifattura di Doccia (clicca qui per la notizia). Adesso quell’istituto ha un presidente, lo storico dell’arte Tomaso Montanari, e un consiglio di amministrazione: è il passaggio preliminare affinché la “macchina” possa partire e ingranare.

Il 14 ottobre il deputato di Italia Viva Gabriele Toccafondi con un’interrogazione parlamentare chiedeva cosa stesse aspettando Franceschini, che aveva in capo le nomine del consiglio d’amministrazione. Il coordinatore sestese di Iv Leonardo Pagliazzi notava che il degrado non si ferma, dei lavori non c’è traccia, che è urgente intervenire e per Sesto il museo è un’occasione che non può essere sprecata.
Critiche opportune. Proprio mercoledì sera le nomine sono arrivate: il ministro ha nominato il presidente e, come consiglieri, il direttore regionale del polo museale toscano Stefano Casciu, la linguista ed ex presidente dell’Accademia della Crusca Nicoletta Maraschio, Maurizio Toccafondi, lo storico dell’arte Gianni Pozzi.
Montanari accettato la proposta con una telefonata direttamente da Franceschini del 5 settembre. L’incarico, per chi pensasse il contrario, non è retribuito e non rappresenta certo una posizione di potere per più ragioni: si tratta di organizzare il futuro dell’istituto culturale, non è un museo dal nome altisonante come gli Uffizi, il Richard Ginori non è in un luogo elevato a culto del turismo e dei mass media come il centro di Firenze ed è invece periferico.

Tanto più è positivo che come timoniere la Fondazione abbia Montanari. Storico dell’arte, docente all'università per stranieri di Siena, da sempre schierato sul fronte civile della cultura, che non risparmiava prima e non ha risparmiato dopo stoccate a Franceschini, da anni si batteva per salvare la raccolta e l’edificio Richard Ginori per cui conosce benissimo la materia. «In effetti fui il primo a proporre acquisto pubblico nel 2015 e una fondazione nel 2016 ed ero nel gruppo che ha scritto lo statuto», ricorda lo studioso a globalist. Il principale impegno ora qual è? «È creare una identità del museo che sarà affidato a un direttore o direttrice. I lavori per la messa in sicurezza sono da avviare con urgenza. Deve essere chiaro un aspetto: non è solo un museo delle porcellane, è un museo del territorio, del lavoro, della comunità. Per la “piana” di Sesto è l’unico luogo identitario: generazioni di sestesi hanno trovato un’identità in un lavoro legato alla bellezza e alla giustizia sociale: la società di mutuo soccorso alla Ginori è del 1829, in luoghi come questo si è costruita una lotta sociale che porterà alla Costituzione repubblicana, il discorso di don Milani sui lavoratori in sciopero si riferiva a loro».

Montanari come immagina il museo con archivio? «Deve essere un luogo dove i cittadini vivono, dove vanno le scuole, non a vedere le tazzine di porcellana ma a formarsi come esseri umani, deve essere un produttore di culture. Bisognerà trovare soldi e forze con ricercatori capaci di parlare a tutti, certo non schiavi e non precari– afferma lo storico dell’arte pensando a quanti nella cultura sono semplicemente sfruttati – Spero si possa creare un modello in contro tendenza, che non ci sia bellezza senza giustizia». E se qualcuno teme che l’incarico gli faccia «cambiare idea sulle cose e sulla gente» come cantava Battiato tanti anni fa in Cerco un centro di gravità permanente, lo studioso avverte o rassicura (a seconda dei punti di vista): «Qui non contano le mie idee politiche, terrò separate le due funzioni».