I prof di storia dell’arte: «Insegniamo a distanza ma ci manca il contatto diretto»

Dalle università di Roma, Firenze, Perugia e Camerino quattro docenti individuano problemi ed eventuali pregi nelle lezioni telematiche: ecco cosa dicono

Christo e Jeanne-Claude, il Reichstag impacchettato, Berlino, 1971-95.

Christo e Jeanne-Claude, il Reichstag impacchettato, Berlino, 1971-95.

redazione 24 marzo 2020
di Stefano Miliani

Come far comprendere le implicazioni di Piero della Francesca, Caravaggio, De Chirico o della basilica di San Pietro solo a distanza? Tra i tanti effetti collaterali delle chiusure da Coronavirus, l’insegnamento a distanza e il ricorrere a video registrati o lezioni via Skype o altri strumenti ha investito come una gigantesca ondata improvvisa maestri e professori, allievi e studenti. Lo sanno bene nelle scuole primarie, nelle medie, nelle superiori, nelle università.
Tra le varie discipline forse più penalizzate, la storia dell’arte contempla in teoria il vedere le opere dal vivo o, a lezione, in grandi diapositive o slide. Cosa significa allora insegnare a distanza, senza suggerire sopralluoghi davanti a un dipinto o in un museo? Ne parlano quattro storici dell’arte di altrettante università: Maria Cristina Terzaghi dall’ateneo di Roma Tre, Fulvio Cervini da Firenze, Alessandro Delpriori da Camerino, Stefania Petrillo da Perugia.

«L’esperienza diretta con le opere non è sostituibile. Ma bisogna fare di necessità virtù», riflette Maria Cristina Terzaghi, docente di storia dell’arte moderna a Roma Tre. «Gli obiettivi didattici non sono impossibili da raggiungere ma richiedono maggiori sforzi dal docente e dagli studenti. Noi forniamo materiali che con la visione diretta delle opere diventano semplici, trasmetterli in altro modo è più complicato. Va anche detto che alcune università erogano la didattica online, sono telematiche, e che tantissimi studenti non frequentano. Detto questo, dobbiamo imparare in tempi velocissimi a usare gli strumenti telematici».
La studiosa rileva un altro aspetto problematico: «Fornisco powerpoint con file audio che spiegano le slide, carico le immagini dei dipinti e le commento, gli studenti scaricano con il file audio. Ma senza le persone di fronte il parlare diventa meno convincente e soprattutto meno articolato. Le riunioni telematiche sono più efficaci, nella didattica invece se vedi che lo studente non recepisce un concetto lo allarghi, la vera difficoltà è questa, non il power point». Maria Cristina Terzaghi oltre tutto ha 280 studenti e averli tutti in linea nello stesso momento è molto difficile. «Impareremo a fare meglio, ma non penso che il futuro della nostra didattica sia online. Anzi, credo che questa invasione di tecnologia ci faccia capire come possa aiutare fino a un certo punto. Parlo da persona mediamente tecnologica che ha sempre usato anche i social, non ho problemi tecnici».

Fulvio Cervini insegna storia dell’arte medievale a Firenze e presiede il Cunsta, la Consulta universitaria nazionale per la storia dell’arte: «Si può fare. Buona parte delle lezioni sono in power point con audio caricati su una piattaforma accessibile agli studenti a qualsiasi ora. Restano surrogati: la lezione diretta in aula, dove fai una megaproiezione, è un’altra cosa». Ripercussioni? «Nessuno si fa illusioni, fino a giugno sarà così, spero a settembre la situazione sia tornata normale, spero non diventi la norma». Non vede aspetti positivi? «Forse la didattica a distanza abitua noi docenti a essere più concisi e concreti. Poi lo studente può interrompere e riascoltare la lezione, però forse si disabitua a prendere appunti. Vero è che tanti già registrano. È presto per avere riscontri più puntuali. Certo i nativi digitali hanno più dimestichezza con queste applicazioni, ma ci vuole comunque tempo per abituarsi, anche per gli studenti».

Insegna storia dell’arte all’Università di Camerino, nel maceratese, Alessandro Delpriori: «Di base la tecnica è la stessa: con la metodologia della condivisione dello schermo riesco a far vedere slide e a mostrare i confronti, che importanti. La difficoltà maggiore è non avere un feedback dai ragazzi, capire se il concetto è passato o meno. Questo lo capisci guardando i ragazzi negli occhi. D’altro canto gli studenti si rendono conto della difficoltà e, mentre dopo una lezione frontale dove quasi nessuno fa domande, online le domande sono più numerose, vedo più interesse. Probabilmente anche perché sono più abituati di noi a Skype». La storia dell’arte non presuppone però di vedere, prima o poi, dipinti, sculture, installazioni, monumenti? «Con i musei chiusi è la parte più difficile, pur se la lezione universitaria presuppone le visite alla fine. Alla valutazione finale dovrò tenerne conto, pur se proprio l’esame sarà l’aspetto più complicato: dovrà esserci una mutua fiducia affinché non usino fogli e foglietti».

Stefania Petrillo insegna storia dell’arte contemporanea a Perugia: «Penso che le lezioni non vadano riadattate quanto ripensate per la modalità virtuale usando le possibilità delle varie piattaforme. L’università perugina ne usa una molto versatile». Trova limiti nell’insegnare a distanza? «Il limite è la mancata interazione con gli studenti in aula e forse una minor spontaneità di noi docenti. Quanto mostriamo con diapositive, video o siti web invece non è tanto diverso, possiamo condividere tutto dal power point al documento word alla pagina web».
Resta l’impossibilità di vedere un’opera dal vivo. «Esatto, i nostri insegnamenti prevedono visite guidate in loco, sono determinanti, è una grande rinuncia». Invece quale potrebbe essere un vantaggio? «Che si attivi una concentrazione maggiore forse più produttiva purché gli studenti non siano distratti da altro: se uno guarda il telefonino durante la lezione da casa fa lo stesso. Intanto noi dobbiamo comprendere appieno il potenziale di queste piattaforme e sfruttarle. A me però viene anche un’altra domanda: cosa e come ci mostriamo agli studenti? L’abbigliamento è più informale. Da casa nostra quasi tutti lasciamo vedere una libreria. Rendendo pubblico il privato, da storica dell’arte trovo interessante pensare al contesto. Vediamo questa forzata dialettica tra dentro e fuori anche nei collegamenti da casa nelle trasmissioni tv».
Per concludere, Stefania Petrillo prende spunto dal 20 aprile quando inizierà l’ultimo modulo, già programmato, proponendo l’immagine di un “impacchettamento” di Christo per una riflessione più generale su ciò che ora ci manca: «L’artista occultava i monumenti anche per sollecitare una maggiore consapevolezza, per riscoprire il valore di ciò che temporaneamente può essere sottratto alla normale percezione. Oggi non siamo in una condizione troppo diversa: è tutto virtualmente accessibile e tutto fisicamente interdetto, l’ordinario è diventato straordinario, possiamo per il momento solo amare a distanza. Sicuramente torneremo a guardare i nostri orizzonti con occhi nuovi, tutto ci apparirà come appena svelato».

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