Piano di Trump contro l’architettura moderna. Lo studioso Miller: “Ricorda Hitler”

La Commissione delle belle arti a Washington vuole imporre lo stile neoclassico agli edifici pubblici. La New York Review of Books: “Implicazioni fasciste”

La Casa Bianca a Washington, D.C.

La Casa Bianca a Washington, D.C.

redazione 21 febbraio 2020
A Washington la Commissione delle Belle arti, agenzia federale che sovrintende all’architettura generale della capitale degli Stati Uniti, ha redatto un documento che Trump intende firmare e che impone direttive architettoniche su come vanno costruiti gli edifici pubblici statunitensi. Il dettato è: basta vetro, basta modernismi, gli edifici devono ricordare l’architettura classica con colonnati dorici, timpani e scaloni, devono essere quindi in stile neoclassico, spianando buona parte del ‘900, questo inizio di millennio e ogni fantasia architettonica a seguire. Una battaglia contro ogni diversità. Formale e quindi anche di idee, immagini, immaginazione. Un gioco estetico soltanto? Mica tanto. L’architettura pubblica ha implicazioni politiche forti, nella sua epoca. Pertanto c’è chi arriva a paragonare il piano trumpiano all’ideologia del Terzo Reich. Hitler e nazismi, come ricorderete, intrapresero una vera battaglia contro quella che consideravano “arte degenerata” e la classicità interpretata a loro uso divenne un imperativo.

Un’esagerazione? Martin Filler, critico di architettura, sulla New York Review of Books, rivista dichiaratamente liberal, in un articolo uscito il 19 febbraio ha premesso di essere contrario ai facili paragoni con Hitler e le atrocità odierne con l’Olocausto, “tuttavia sta diventando chiaro che il modus operandi politico di Donald Trump in molti aspetti somiglia alle tattiche adottate dai nazisti. E poiché c’è una forte possibilità che Trump sarà rieletto, nonostante (o a causa) dell’enorme danno che ha inflitto al nostro corpo politico, il peggio probabilmente deve ancora arrivare”. La novità nel documento trumpiano non è caldeggiare uno stile, è imporre uno stile ufficiale. Il titolo dell’articolo è netto: “Le implicazioni fasciste dei piani di Trump sull’architettura”.

Ha rivelato il piano redatto in sette pagine con uno scoop la rivista Architectural Records. Lo scopo è chiaramente politico come lo è di norma l’architettura di potere. Il titolo del documento parafrasa esplicitamente lo slogan trumpiano: “Making Federal Buildings Beautiful Again” e sostiene che “il governo federale ha smesso da tempo di costruire splendidi edifici”. Il Washington Post ha titolato il piano “Making America Ridiculous Again” e lo ha stigmatizzato: così il presidente vuole portare il populismo nell’arte e nell’estetica. L’affondo del New York Times è chiaro: “L'ordine esecutivo proposto riflette un'inclinazione più ampia in alcune parti della società americana di sostituire un passato immaginario con le complessità e le possibilità del presente. Incarna la convinzione che la diversità sia un problema e l'uniformità sia una virtù”.

Riprendiamo ancora Filler sulla New York Review of Books: “Ci troviamo a testimoniare con raggelante evidenza classiche tecniche dittatoriali del controllo del pensiero impiegate da Trump a cadenza giornaliera, oraria e, grazie a Twitter, perfino minuto per minuto”. Il tutto accompagnato da offese personali citando per nome i bersagli dei suoi attacchi, il denigrare la stampa e le minoranze, il demolire costante le istituzioni democratiche, scrive l’articolista. Trump e i suoi hanno metodi “dispotici”. Ancora: “I nazisti impararono che erodere un pezzo di libertà individuale dopo l’altro agli ebrei tedeschi avrebbe prevenuto un esodo di massa – ‘possiamo conviverci’ era spesso il pensiero razionalizzato delle vittime – e dopo cinque anni di restrizioni crescenti, ci volle il pogrom della Notte dei cristalli del 1938 per far comprendere a molti ebrei il loro destino e infine fuggire”.

Cosa c’entra l’architettura? Molto. “Questo bando contro l’architettura moderna commissionato dal governo statunitense rammenta in modo orribile l’insistenza di Hitler affinché gli edifici pubblici del Terzo Reich” aderissero alla tradizione classica e che il design moderno, “tranne per alcuni usi industriali, era streng verboten (strettamente vietato)”. Quel che non rientrava in quei canoni, ricordiamolo qui, divenne “arte degenerata” (entartete Kunst): furono artisti come Grosz, Kandinsky, Max Ernst, Paul Klee, Van Gogh a entrare nella lista nera. Per Trump, chissà se finirebbe in una categoria analoga un capolavoro alla vista come il Guggenheim di Frank Lloyd Wright?

L’articolo di Martin Filler sulla New York Review of Book