L’ospedale dell’arte per la Valnerina ferita dal terremoto

A Spoleto i restauratori salvano sculture e dipinti in un deposito protetto. Ma a tre anni dal sisma ci sono ancora chiese inaccessibili. Franceschini nei luoghi del sisma (anche politico)

Due sculture della Valnerina nel deposito al Santo Chiodo a Spoleto. Foto Stefano Miliani

Due sculture della Valnerina nel deposito al Santo Chiodo a Spoleto. Foto Stefano Miliani

redazione 30 ottobre 2019
Stefano Miliani

Nella zona industriale del Santo Chiodo alle porte di Spoleto, in un capannone anonimo, si mantengono migliaia di sculture, pezzi di sculture, dipinti, suppellettili. Vengono da Norcia, Preci, dalla Valnerina. Qui il loro male viene tamponato, vengono “messi in sicurezza”, come dicono i tecnici. La causa di quel male è il terremoto che, nel sud dell’Umbria, ha colpito duro il 26 e soprattutto il 30 ottobre 2016. L’edificio è il loro ricovero e il nome della località, Santo Chiodo, sembra evocare un ospedale dell’arte. In effetti lo è. La Regione Umbra (di centro sinistra) con lungimiranza ne fece un possibile deposito per ricoverare opere terremotate dopo il sisma del 1997, è rimasto a lungo vuoto, per fortuna, ma nel 2016 si è dimostrato provvidenziale.

Il San Rocco nella teca
Un’immagine esemplifica bene la sua funzione: un San Rocco in legno, mezzo fracassato, disteso dentro una teca coperta sembra un malato intubato. Risale al XVI secolo, viene dalla concattedrale di Santa Maria Argentea a Norcia, in larga parte crollata nell’autunno di tre anni fa. La scultura lignea giace in una specie di lettiga coperta perché è rimasta tre anni fra le macerie: il legno ha assorbito umidità, all’aria aperta si disidraterebbe rapidamente e si staccherebbe del tutto la superficie pittorica mentre deve asciugarsi con lentezza, in aria protetta. Tanto non ha fretta: la ricostruzione della concattedrale è lontana.

Terremoto: la dura lotta di Norcia per riprendersi la vita

Il decreto per procedure semplificate
Che la ricostruzione, innanzi tutto civile, nei paesi terremotati sia ancora sostanzialmente ferma è un fatto. Smaltita e superata l’emergenza, neppure l’anno di governo giallo-verde ha impresso il cambio di passo che leghisti e pentastellati promettevano prima di andare al governo nel 2018. Il governo Conte bis ha varato un provvedimento necessario e atteso che dal 25 ottobre prevede, per le zone terremotate, procedure più semplici per riparare o ricostruire edifici privati e proroga lo stato di emergenza fino a tutto il 2020. Nei beni culturali si sconta la drammatica carenza di personale. Troppe chiese sono ancora macerie, troppi monumenti attendono. Tuttavia si fa anche molto.

Chi restaura
In questo capannone lavorano in media otto restauratori, tre funzionari della soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria, altri tecnici sotto la direzione e responsabilità della soprintendente Marica Mercalli e la guida diretta degli storici dell’arte della soprintendenza Tiziana Biganti e Giovanni Luca Delogu. Ed è il funzionario a illustrare i lavori in corso. Sono interventi di “messa in sicurezza”, ovvero i tecnici salvano le opere dal degrado, da ulteriori perdite di colore o altro, dalla “malattia” in sostanza, come azione preliminare alle cure vere e proprie per risanare sculture e dipinti. E catalogano tutto in forma digitalizzata. Un lavorone, anche questo.

Franceschini tra le macerie (politiche)
Il capannone è sorvegliato e sotto allarme 24 ore su 24 e oggi, mercoledì 30, è in calendario una visita al centro del ministro dei Beni e attività culturali e turismo Dario Franceschini per la ricorrenza dei tre anni dal terremoto. Il titolare arriva in Valnerina, va anche a Norcia, davanti alla basilica di San Benedetto dove è in piedi la facciata. La visita, doverosa, ha un retrogusto amaro per l’esponente Dem: lui è stato un “pontiere” determinante per l’alleanza Pd-M5S che in Umbria ha registrato il terremoto politico delle elezioni regionali.

Le pietre di San Salvatore
Dettagli della politica a parte, gli ambienti del deposito sono quelli dei magazzini industriali ma ben climatizzati: vasti, alti, senza finestre (una misura protettiva indispensabile), ben illuminati a neon. Dalla chiesa medioevale di San Salvatore in Campi, in una radura vicino a Norcia e sotto il paese tuttora distrutto di Campi, viene un tappeto di pietre (detti “conci”) con brani d’affresco di santi e madonne disteso in buon ordine sul pavimento. Un brano di un volto, un volto, gli occhi, le mani, un color rosso, un color bruno sulla pietra bianca… Sono pezzi di un’architettura interna: un ciborio, verrebbe da descriverlo come una sorta di loggiato sacro. La pittura è stata “consolidata” con la garza, i conci catalogati uno a uno, i frammenti sono in scatole e serviranno a integrare angoli mancanti. Il progetto in corso è complesso ma nitido: quei conci sono disposti sul pavimento come nella posizione originaria e così verranno riassemblati in loco e rimontanti quando la ricostruzione in corso della chiesa sarà terminata. Le foto d’archivio, ricorda Delogu, sono fondamentali perché permettono di rimontare tutto e le restauratrici della società spoletina Aethra stanno riordinando i pezzi. Un lavoro lungo, occorre pazienza.
Anche i due rosoni della facciata sono stati recuperati: i pezzi giacciono sul pavimento, un giorno dovranno essere rimontati nelle rispettive posizioni quando la facciata sarà ricostruita. Curiosamente, agli appassionati d’arte contemporanea queste pietre in cerchio al suolo potranno ricordare un artista molto noto nell’ambiente, Richard Long, che spesso dispone pietre in cerchio ricavate da un terreno creando opere dal sapore preistorico.

Ma in Sant’Andrea a Campi ancora non si entra
Per contrappasso, mentre il processo di ricostruzione per San Salvatore in Campi prosegue, Delogu ricorda una nota più dolorosa: i tecnici non hanno potuto ancora accedere alla chiesa della Madonna di piazza letteralmente sventrata nel borgo sovrastante perché il borgo è ancora pieno di macerie e la soprintendenza, aggiunge, non può accedere all’edificio mentre i suoi tecnici e le maestranze hanno potuto invece mettere in sicurezza la chiesa di Sant’Andrea solo perché è ai margini di Campi e lì potevano arrivare.

Perché restituire le opere d’arte
Qualcuno dirà, forse, “prima le case poi le chiese”. Non è una priorità data alla chiesa cattolica, alla religione. Nei paesi le opere e i pezzi d’arte, soprattutto dalle chiese, non sono abbellimenti: sono tasselli indispensabili del vivere in comune con altri, servono a far ritrovare a chi ci vive, o viveva, il senso del luogo a cui si appartiene, danno un senso di appartenenza. Restituirle ai loro luoghi sarà un imperativo altrimenti la definizione sarà “missione tradita”, non “missione compiuta”. Senza i luoghi cari perdiamo i riferimenti e quel vuoto corrode dentro.

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Franceschini: «Serve una legge per emergenze come la ricostruzione»
Franceschini in mattinata è andato a Norcia. Nel pomeriggio il ministero ha diffuso una nota in cui il ministro dichiara tra l’altro: «Sulla ricostruzione è stato fatto un lavoro silenzioso straordinario da centinaia di tecnici, restauratori e volontari intervenuti fin dalle prime ore. Un lavoro di dimensioni ciclopiche, importante e positivo. Naturalmente va fatto molto di più e recuperare i ritardi dove ci sono stati. Il lavoro da affrontare è ancora molto lungo, non dimentichiamo che sono state colpite oltre quattromila chiese e più di mille palazzi vincolati». Per Franceschini serve «una legge quadro per la ricostruzione dopo il terremoto. Tutta l'esperienza fatta qua deve servire per il futuro».