Delpriori: «Franceschini metta al centro l’Italia terremotata e il lavoro per chi ha studiato»

Lo storico dell’arte ed ex sindaco di Matelica: le priorità per i beni culturali sono tutela del territorio, riconoscere le competenze, no al marketing senza contenuti

La piazza di San Ginesio a maggio 2019. Foto Stefano Miliani

La piazza di San Ginesio a maggio 2019. Foto Stefano Miliani

redazione 11 settembre 2019
Alessandro Delpriori è storico dell’arte 42enne: tra i più originali conoscitori dell’arte medioevale nell’Appennino centrale, docente all'università di Camerino,  si cimenta direttamente nell’agone politico, infatti è stato sindaco del borgo di Matelica, nel maceratese, per una giunta di centrosinistra fino alle elezioni amministrative del giugno scorso, e adesso è all’opposizione in consiglio comunale. Dai giorni del terremoto del 2016 nel Centro Italia si è costantemente mobilitato affinché quei paesi, quel territorio con la sua cultura vengano salvati, vengano recuperati  con sapienza pensando al futuro. Al momento firma, come co-curatore insieme ad Anna Maria Ambrosini, la mostra "La luce e i silenzi. Orazio Gentileschi e la pittura caravaggesca nelle Marche" in corso fino all'8 dicembre alla Pinacoteca civica "Bruno Molajoli" di Fabriano.
Allo studioso e cittadino abbiamo chiesto quali devono essere a suo parere le priorità per Dario Franceschini tornato a condurre il ministero per i beni e attività culturali.


Alessandro Delpriori *

Il nuovo governo è stato fatto, fiducia larga alla Camera e ieri la fiducia al Senato. Un governo che, diciamolo subito, non mi piace, ma che è necessario.
Non mi piace perché oggettivamente bisogna un po’ turarsi il naso per andare a braccetto coi 5stelle che hanno fatto dello slogan “e allora il Pd?” il loro cavallo di battaglia, cosa che ho subito anche personalmente. Ma è un passaggio dovuto, non tanto per togliere consensi a Salvini, ma soprattutto per rendere l’Italia più umana e più giusta, per tornare a dare senso alla Costituzione che in questi 14 mesi scellerati è stata calpestata e vilipesa ogni giorno. Questo governo è un passaggio che credo sarà doloroso ma necessario a bloccare la follia di chi chiese pieni poteri personali ad una piazza che, solo ieri, rispondeva con saluti romani.
Giuseppe Conte ha fatto la figura di un gigante, scaltro e deciso, forte della sua statura quando schiaffeggiava Salvini in Senato. Ma io mi ricordo molto bene il suo intervento all’Assemblea Nazionale dell’Anci ad ottobre 2018, un discorso tutto in difesa, tutto a cercare di dirci: cari sindaci, lo so che è un disastro, ma ci stiamo provando. In 10 mesi si cambia, si cresce anche d’esperienza, ma mi pare che il nostro Premier per ora si stia togliendo sassolini e macigni dalle scarpe. Attendiamo fiduciosi.

Al Mibac, un bel salto rispetto al duo Bonisoli-Panebianco
In questo panorama, è tornato al suo posto, in quello che evidentemente egli stesso considera il suo posto, Dario Franceschini, già ministro della Cultura per due governi (Renzi e Gentiloni) e ora, dopo che il totoministri lo dava forse agli Interni, di nuovo nel suo ufficio al Collegio Romano.

Personalmente ho avuto più di uno scambio con lui nei giorni dopo il sisma del 2016 e devo dire che è sempre stato attento alle richieste, ha provato sul serio a dare una mano, ha seguito bene la vicenda, anche grazie al segretariato generale. Certo, non tutto rose e fiori, anzi moltissimo si poteva fare di più e meglio, ma se la sua attività per il sisma fosse messa a confronto del duo Bonisoli – Panebianco (il segretario generale nominato dall’ex ministro nel 2018), Franceschini brillerebbe come un diamante.

La riforma Franceschini del ministero: a metà
Allora è il caso di riprendere da dove si era lasciato e di rimettere le cose in fila. Per questo pezzo mi è stato chiesto di scrivere una lista di cose utili, quanto meno che io credo tali, per i beni culturali, soprattutto nella zona dell’Appennino tra Umbria e Marche colpito dal sisma.

Bisogna ripartire dal 14 febbraio del 2017, quando lo stesso Franceschini venne a Matelica e potei parlare con lui dentro i palazzi inagibili della mia città. Mi chiese diretto: tu che sei uno storico dell’arte, cosa pensi della mia riforma? Chiaro che non si può rispondere velocemente, ma va detto almeno che è una riforma a metà. Benissimo l’autonomia dei Musei e la loro valorizzazione, benissimo l’aumento del loro personale e pure la possibilità di spendere più soldi. Io credo davvero che si possano fare cose molto interessanti e in qualche caso sono state fatte. In linea generale anche la sburocratizzazione delle Soprintendenze è una cosa giusta, farne una unica, se gestita bene, si può fare. Ma si deve cambiare passo, almeno sul personale.

Il ministro tuteli il territorio, i borghi, il paesaggio
Diverso è il discorso del territorio e della tutela di questo. La riforma Franceschini è a metà perché quello che è stato fatto con i musei va fatto anche per il territorio, perché la vera ricchezza del nostro Paese, soprattutto quello remoto, che è fatto di borghi, cittadine, di colline e di paesaggio, è la diffusione capillare del patrimonio che va trattato tutto come se fosse in un grande museo. Camerino, San Severino, Ascoli Piceno, Fabriano, Matelica, ma anche Norcia, Cascia, la Valnerina intera e tutte le loro frazioni, hanno una quantità enorme di opere, di palazzi storici, di sostrato storico e culturale, di paesaggi mozzafiato, di gemme nascoste e di vita culturale che ha dignità come quella dei grandi musei e che per questo va salvata e tutelata di più e meglio. Perché in effetti, questi luoghi, in più hanno ancora la vita. Cioè le persone vivono ancora i beni culturali per quelli che sono, per la loro funzione e la fruizione non è soltanto di studio o di piacere, ma in quelle zone (che sono anche le mie) è ancora la vita quotidiana.

Dare lavoro a chi ha competenze culturali
Sono più di vent’anni, da quando mi sono iscritto dall’Università, che sento dire da tutti che l’Italia ha il dovere di sostenere la cultura, di salvare e tutelare il patrimonio e sono più vent’anni che ci promettono a suon di convegni e convention e master e quant’altro, che arriverà anche il nostro momento, che gli storici dell’arte, gli archeologi, gli archivisti, gli storici, avranno la loro possibilità. Traduciamolo: troveranno lavoro per quello che hanno studiato, per cui si sono impegnati e hanno fatto impegnare le famiglie che avranno fatto sacrifici per far studiare i propri ragazzi.
E in che cosa si è tradotto questo negli ultimi vent’anni? Poco, o nulla.

Nelle Marche terremotate solo due ispettori dell’arte
Invece, mai come oggi, si sente il bisogno di queste competenze. Un esempio: nelle Marche, regione in cui ci sono centinaia di chiese inagibili per il sisma, alcune distrutte, la soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ha solo due ispettori. Come possono fare, da soli, a gestire tutto? A scegliere cosa e come restaurare, a seguire attentamente?
Serve qualcuno che faccia la strategia, che conosca il territorio e che sappia discernere quali siano le priorità. È chiaro che oggi dobbiamo fare delle scelte, ma senza la conoscenza e lo studio, quelle scelte semplicemente non si possono fare, altrimenti potrebbero essere sbagliate e irreversibili.

Terremoto, serve un vice-commissario preparato ai beni culturali
Cosa fare allora? Mi permetto di scrivere i miei pensieri: intanto nominare un vice – commissario ai Beni Culturali che sia preparato e che possa interloquire coi proprietari, con i comuni e con tutti gli Enti territoriali per fare insieme la strategia di cui sopra. Ma che non sia un politico prestato a questo, ma un tecnico serio, una donna o un uomo che sappia davvero cosa fare.

Finanziamenti per conoscere i beni da restaurare
In secondo luogo bisognerebbe prevedere che per ogni progetto di restauro di un bene mobile e immobile, una parte del finanziamento, anche piccola (l’1, il 2 o magari fino al 3%) che si può tranquillamente drenare dai ribassi d’asta, debba essere destinato ad uno studio storico del bene, affidato a specialisti. Troppe volte ho visto restauratori e funzionari compilare schede con notizie da internet. Mi dite cosa pensate di trovare in rete, ad esempio, sulla chiesa di San Bartolomeo a Todiano di Preci? Sapere che sotto un immobile c’è un’area archeologica e cosa sia, che un affresco è importante e per quale motivo e molto altro ancora, sono cose fondamentali per restaurare bene. Chiaro che sono anche i compiti delle soprintendenze, ma è evidente che non ci riescono e allora bisogna sopperire con chi queste cose le ha studiate.

No al marketing senza contenuti
Infine bisogna valorizzare, ma “infine” non è solo un avverbio, è proprio un concetto temporale, alla fine del ciclo di conoscenza bisogna valorizzare. Cioè non si può fare marketing fine a se stesso senza contenuti. Il turismo, che è stato riassorbito dal Mibac(T), ha la parte economica. Banalmente: il turista che fruisce il bene porta soldi e con quel denaro dobbiamo pagare tutta la filiera fatta finora. Giusto o sbagliato che sia (e non è sempre giusto) credo che la volontà di inserire le competenze turistiche in questo ministero vengano un po’ da questo ragionamento. Se così è, dobbiamo fare in modo di attirare turisti e quindi ricchezza anche nei luoghi in cui questa ricchezza serve davvero. Intendo oggi le zone colpite dal terremoto del 2016, ma è discorso esportabile in tutta l’Italia montana e oltre.

Lavoro contro l’abbandono
Come si fa a bloccare l’abbandono di quelle terre? Con il lavoro. E oggi tra i comparti più in salute dell’economia italiana c’è il turismo culturale ed eno-gastronomico. Chiaro che servirebbe anche qualche grande azienda che possa assumere centinaia di persone, magari ci fossero, ma non è così, soprattutto in zone lontane con servizi poco efficienti. Quindi si devono costruire alternative e quella del turismo è certamente una di queste.
Per fare un sistema funzionante di offerte, di luoghi, di emergenze che siano rispettose dell’identità del territorio e che possano allo stesso tempo dare esperienze arricchenti al turista (che si spera sempre responsabile), bisogna attuare nuovamente quella strategia di ricostruzione competente che è alla base di tutto.

Il ministro rimettea la conoscenza al centro dell’azione
Per chiudere, il nuovo Ministro dei Beni Culturali deve saper cogliere tutto questo e rimettere la conoscenza al centro. Certo, servirà qualche finanziamento in più, ma lo studio ha costi davvero risibili in confronto alla mole di denaro necessaria per la ricostruzione totale e nelle pieghe di quella, un po’ di soldi per il patrimonio si dovrebbero trovare. Una ragazza giovane che ha perso il suo lavoro in un museo terremotato dopo appena un mese da quando era stata assunta (in prova e con una paga misera) durante uno dei tanti dibattiti sui beni culturali e sisma ha detto: mi sono chiesta cosa debba fare uno storico dell’arte per dare una mano in momenti come questi, e ho pensato che bisogna fare quello che sappiamo fare, studiare.
Buon lavoro Ministro, buon lavoro.

* Storico dell’arte, già sindaco di Matelica (Macerata)

Il reportage Gente del terremoto: «Sopravviviamo, senza ricostruzione i paesi si svuotano»