“Anthropocene”: così l’homo sapiens devasta il pianeta

Al Mast di Bologna foto di Edward Burtynsky, filmati di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier attestano come distruggiamo la Terra

Coal Mine #1, North Rhine, Westphalia, Germany 2015 photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

Coal Mine #1, North Rhine, Westphalia, Germany 2015 photo © Edward Burtynsky, courtesy Admira Photography, Milan / Nicholas Metivier Gallery, Toronto

redazione 30 giugno 2019
Territori letteralmente sventrati e devastati come nella Vestfalia in Germania, foreste massacrate dalle coltivazioni nel Borneo malese, miniere che hanno distrutto monti e boschi, le acque che hanno colori fantasmagorici e sono frutto di sostanze chimiche, di inquinamento. Con “Antrophocene”, indicando l’era in cui l’essere umano ha ormai preso possesso del pianeta e lo sta stravolgendo, la Fondazione Mast - Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia di Bologna propone, con una mostra prorogata fino al 6 ottobre, immagini sulla Terra sfregiata con foto di Edward Burtynsky, filmati di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, più le ormai frequenti “esperienze immersive di realtà aumentata”. Obiettivo: mostrare e farci comprendere la gravità di quanto accade sotto i nostri occhi o a migliaia di chilometri da noi per responsabilità umane, tutte umane.

“Dalle barriere frangiflutti edificate sul 60% delle coste cinesi alle ciclopiche macchine costruite in Germania, dalle psichedeliche miniere di potassio nei monti Urali in Russia alla devastazione della Grande barriera corallina australiana, dalle surreali vasche di evaporazione del litio nel Deserto di Atacama alle cave di marmo di Carrara e ad una delle più grandi discariche del mondo a Dandora, in Kenya”, ricorda la nota stampa, il progetto “Anthropocene” nasce dal lavoro di Burtynsky, fotografo in grado di inquadrare immagini stupende e spesso perfino astratte di cui comprendi solo a una lettura più attenta la carica tragica, e tredici installazioni dei registi Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier.

“Il progetto si basa sulla ricerca del gruppo internazionale di scienziati Anthropocene Working Group impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall’attuale epoca geologica – l’Olocene, iniziata circa 11.700 anni fa – all’Antropocene (dal greco anthropos, uomo)”, fa sapere il Mast. “L’estrazione mineraria, l’urbanizzazione, l’industrializzazione e l’agricoltura; la proliferazione delle dighe e la frequente deviazione dei corsi d’acqua; l’eccesso di CO2 e l’acidificazione degli oceani dovuti al cambiamento climatico”, la presenza di plastica e cemento, una deforestazione “senza precedenti” sono tutti elementi che mettono a repentaglio l’esistenza di ognuno di noi, di intere civiltà, di specie animali, e che influenzeranno “il corso delle ere geologiche”.

La mostra “Anthropocene” è in quattro sezioni tra foto e installazioni di cui la quarta, nell’auditorium, propone il film “Anthropocene: The Human Epoch” dei tre autori, film con voce narrante la premio Oscar Alicia Vikander e distribuzione italiana affidata a Fondazione Stensen e Valmyn.

Per il canadese Burtynsky “la nostra è una testimonianza reale. Far vivere queste realtà attraverso la fotografia è come creare un potente meccanismo che dà forma alle coscienze”. Per il curatore delle foto in mostra e della collezione del Mast Urs Stahel “la nostra condotta provoca l'acidificazione degli oceani, l'aumento della temperatura media annua sulla Terra e limita fortemente la riproduzione di molte specie animali, tra cui api e insetti, sino a metterne addirittura a rischio la sopravvivenza (…) Il termine "Antropocene" indica che l'impatto esercitato dall'essere umano - dall'Homo Sapiens - ha raggiunto negli ultimi decenni proporzioni tali da essere equiparabile, se non addirittura superiore per forza e importanza, alle trasformazioni subite dalla Terra nel corso delle ere geologiche precedenti”.

La Fondazione bolognese ha realizzato la mostra con i tre artisti, la Art Gallery of Ontario di Toronto e la National Gallery of Canada di Ottawa. L’esposizione è co-curata in collaborazione con Sophie Hackett e Andrea Kunard. Ingresso gratuito.

Il link alla mostra