Bonisoli “a gamba tesa” contro l’Accademia del David e l’Appia Antica

Il ministro cancella l’autonomia anche all’Etrusco di Roma e Miramare a Trieste. Critiche dalla Bianchi Bandinelli e Italia Nostra. Incerto il futuro di tutti i direttori

Il parco dell’Appia Antica, Roma. Foto: Wikimedia Commons

Il parco dell’Appia Antica, Roma. Foto: Wikimedia Commons

redazione 15 giugno 2019
Ste. Mi.

Con passo felpato, il ministro per i Beni e le attività culturali Alberto Bonisoli sta sferra un colpo alla riforma del suo predecessore Dario Franceschini che ha dato autonomia a 32 musei e siti archeologico. Con qualche operazione curiosa: toglie la direzione autonoma alla Galleria dell’Accademia di Firenze, ai romani parco archeologico dell’Appia Antica e Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, al Castello di Miramare di Trieste, come ha rivelato giorni fa Francesco Erbani su Repubblica. Bonisoli, pentastellato, finora non si è fatto particolarmente notare nell’agone mediatico-politico di primo piano. Adesso, visto anche l’esito elettorale, probabilmente il profilo sottotraccio è lusso che i suoi colleghi di partito, pardon di movimento, non sono più disposti a concedergli.

Il sindaco di Firenze, Pd, Dario Nardella, a proposito del museo del Davidi di Michelangelo parla esplicitamente di “controriforma”. La scelta è ora al vaglio dei ministeri dell’Economia e della Funzione pubblica e suscita proteste e perplessità. Due associazioni culturalmente e civilmente significative si dicono contrarie: Italia Nostra e la Bianchi Bandinelli. Nel frattempo il Tar del Lazio ha bloccato la nomina a direttore della Reggia di Caserata di Tiziana Maffei a causa di un ricorso del dirigente del ministero stesso, Antonio Tarasco, il quale non era stato inserito da una commissione di esperti nella terna finale da cui pescare il direttore.

Quilici appena nominato all’Appia antica
Quale principio spinga Bonisoli a togliere autonomia finanziaria e di gestione a togliere terrenoquel quartetto non sembra chiaro. Tanto meno sui tempi adottati. Le nomine sono tutte su concorso: selezione sui titoli, selezione di dieci nomi che poi si riducono a tre tra i quali il ministro o il direttore generale del ministero sceglie. Ogni contratto è quadriennale. All’Appia Antica il ministero ha appena nominato direttore  (nemmeno un mese fa) l’architetto Simone Quilici, romano, 49 anni; al museo etrusco di Villa Giulia dal 2017 c’è alla guida Valentino Nizzo, 43 anni, umbro, e si dice bene del suo lavoro: ancora dal 2017 Andreina Contessa sta rilanciando il Castello di Miramare con parco a Trieste; Cecilie Hollberg, tedesca, è della prima mandata di direttori autonomi, è in carica dall’autunno 2015 e quindi tra poco scade: “Mi sorprende leggerlo (il piano di riforma pubblicato sui giornali, ndr), poiché siamo un museo che festeggia un successo dopo l’altro: siamo tra i primi due musei statali italiani”, ha commentato alla stampa.

L’incertezza pesa sui 20 direttori nominati nel 2014
Qui si inscrive un altro discorso sui primi venti nominati da Franceschini: direttrici e direttori scadono tra settembre e l’inizio del 2020, i più se non tutti vorrebbero fare un mandato bis di altri quattro anni per completare l’opera, ma regna l’incertezza totale e uno stato di sospensione che obbliga tutti o quasi a guardarsi intorno. Agli Uffizi Eike Schmidt annunciò di aver già firmato un contratto per andare al Kunsthistoriches Museum di Vienna, in realtà quando i cronisti gli chiedono se andrà o vorrà restare resta enigmatico come a voler tener aperta ogni opzione.
Dall’alto lo stop all’autonomia dei quattro musei è l’unico segnale esplicito. Scoraggiante, come segnale. Tanto è vero che, nell’incertezza italica, stavolta non si presentano nuovi candidati stranieri. E questa incertezza rischia anche di paralizzare le attività e i programmi: magari non quelli del 2020, perché nei beni culturali si deve programmare in largo anticipo, ma rende impossibili eventuali nuovi progetti di lunga gittata.

Italia Nostra e l’associazione Bianchi Bandinelli: “Entrata a gamba tesa”
«Nella bozza manca anche ogni puntuale riferimento circa la futura destinazione di questi Istituti e questo crea ulteriori elementi di forte preoccupazione e perplessità», scrivono intanto Italia Nostra e la Ranuccio Bianchi Bandinelli, associazioni peraltro fortemente critiche verso la riforma Franceschini, in una nota firmata dalle rispettive presidenti Mariarita Signorini e Rita Paris.
«La proposta di modifica si inserisce oggi, dopo anni di caos determinato dalla precedente riforma, in un contesto già fortemente colpito, dove per nessuno - si ribadisce per nessuno - degli Istituti autonomi, come per i Poli museali e per le Soprintendenze uniche, si è prevista una soluzione al gravissimo problema della salvaguardia e conservazione degli archivi documentali e dei materiali nei depositi – scrivono ancora in una nota unita - Entrare a gamba tesa nella organizzazione di settori così delicati e rilevanti, sacrificando la cura e la valorizzazione del patrimonio culturale del Paese, non può che comportare ulteriori forti scompensi». E l’associazione ambientalista avvisa Bonisoli: «Il futuro del Parco Archeologico dell’Appia Antica, persa la sua autonomia appena conquistata, rischia lo smembramento addirittura tra due Soprintendenze». Se accadrà, «Italia Nostra non potrà che mobilitarsi».

Più controllo al centro, meno agli istituti
Quanto al programma di riforma del ministro, Bonisoli crea una nuova direzione nel ministero: “Contratti e concessioni”. Dovrà bandire gare d’appalto oltre una determinata soglia di spesa anche per i musei e siti autonomi, compresi quelli con spese e incassi maggiori (Colosseo, Pompei, Uffizi per dire i più visitati). In sostanza: si porta tutto alla “macchina” centrale ed elefantiaca del ministero, si rende tutto più farraginoso e complicato, si toglie autonomia e possibilità di intraprendenza ai singoli direttori. Altro cambiamento: il ministro inserisce moda e design (settori che conosce bene perché da lì viene) in una Direzione “Creatività contemporanea e rigenerazione urbana” che rimpiazza l’attuale “Arte e architettura contemporanee e periferie urbane”. Più moda meno periferie?