L’architetto: “Per troppe chiese distrutte dal sisma nulla si muove”

Luca Maria Cristini, architetto di San Severino Marche, con questo articolo invoca decisioni rapide per il patrimonio artistico di centinaia di edifici marchigiani colpiti nel 2016

Chiesa marchigiana colpita dal sisma del 2016. Foto del 2018 di Luca Maria Cristini

Chiesa marchigiana colpita dal sisma del 2016. Foto del 2018 di Luca Maria Cristini

redazione 6 gennaio 2019
Il recupero e la ricostruzione del patrimonio artistico nelle Marche dopo il terremoto del 2016 ancora langue. Il dramma investe anche il vivere civile di moltissime piccole comunità. E occorre fare scelte veloci: per esempio, ricostruire “dov’era com’era” o è un concetto superato? Lo scrive con questo intervento per globalist.it Luca Maria Cristini, architetto di San Severino Marche che conosce a fondo lo scenario del territorio marchigiano: il professionista si è adoperato fin dall’inizio e in prima persona al recupero di opere d’arte e suppellettili in chiese anche sperdute, studia l’argomento e qui pone domande alle quali, anche se le risposte sono complesse, occorre rispondere in fretta. 


Luca Maria Cristini *: Luoghi di culto & sisma: occorre scegliere

Organizzato dal Pontificio consiglio per la cultura e dalla Cei si è tenuto a Roma, il 28 e 29 novembre scorso il convegno internazionale dal titolo: «Dio non abita più qui? - Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici».
Il tema è di grande rilievo per le implicazioni che porta con sé in molti campi: da quello giuridico, canonico e civile, a quello sociologico, da quello relativo agli aspetti economici a quello di un riuso compatibile e decoroso.
Questo tema era di strettissima attualità nelle terre appenniniche già prima di quel 24 agosto 2016 e sempre più lo sarà, allorché si dovrà affrontare la questione di cosa fare delle centinaia di chiese distrutte o rese inagibili dal sisma. Credo che, a monte di una pianificazione della loro ricostruzione, sarebbe utile affrontare e riflettere su questa ormai ineludibile questione.

Nel 1997 si fece presto, dal 2016 nulla si muove
A seguito del sisma Marche-Umbria del 1997, che ha avuto in tempi rapidi una legge quadro per la ricostruzione, dopo un anno e mezzo dal sisma era stato già predisposto un piano generale per la riparazione e il miglioramento sismico del patrimonio culturale danneggiato e in breve fu messa in moto la macchina della ricostruzione.
Per il sisma Centro-Italia 2016, che a oltre due anni viene ancora normato da Ordinanze commissariali (siamo alla n. 70 del 31.12.2018), ognuna delle quali corregge e modifica le decine precedenti, fissa nuove scadenze, nuovi parametri di valutazione e di giudizio senza alcuna visione generale, sul fronte del Patrimonio Culturale si è nella nebbia più fitta …
A parte alcuni piani-stralcio - che dovevano far fronte alla riapertura immediata di luoghi di culto strategici e con pochi danni (gli slogan: “Una chiesa per Pasqua” e “Una chiesa per comunità”), oggetto di ordinanze commissariali tardive e con pochissimi cantieri attivati - nulla sembra ancora muoversi.

Ricostruire “dov’era, com’era” è un concetto superato?
La conservazione di quel “Museo diffuso”, che aveva ordinato la ricostruzione post simica del 1997 è un assunto oggi superato oppure no? La filologica ricostruzione “dov’era, com’era” è il modello sulla base del quale orientare i progetti, oppure si potrà intervenire con un atteggiamento più in linea con i nostri tempi, almeno su quanto è ormai ridotto allo stato di rudere, così come alcuni soprintendenti hanno ipotizzato? Si andrà a una musealizzazione spinta dei beni storico-artistici? È bene organizzarsi per una fruibilità dei depositi, come ha suggerito in una recente intervista, il 28 dicembre, al Corriere Adriatico la consigliera per le reti museali del Ministro per i Beni culturali, marchigiana lei stessa, Daniela Tisi?

Una questione intricata
A questo proposito vorrei far osservare che la questione del patrimonio mobile non è così semplice da dirimere, almeno per due ordini di motivi. Il primo è che nelle chiese danneggiate e distrutte, per la vastità del danno, per la scarsità dei mezzi e del personale a disposizione nei recuperi, sono stati abbandonati al loro destino migliaia di oggetti complementari, opere d’artigianato, arredi sacri giudicati di minor valore, paramenti e tutto quello che costituisce il corredo di base di un luogo sacro. Di questi oggetti poco sarà possibile recuperare in un secondo momento, temo.
In secondo luogo, la maggior parte dei dipinti, delle sculture e degli altri oggetti prelevati operando questa ‘impietosa e anacronistica selezione’, non hanno dignità artistica tale da essere esposti in un museo o in un antiquarium, per cui, fatte salve alcune mostre tematiche o un loro reimpiego in funzione devozionale o di culto, costituiranno un enorme volume di beni dalla custodia onerosissima e senza alcuna possibilità di valorizzazione, se non riposizionati nei contenitori di provenienza.

Servono risposte rapide
Queste sono, a mio avviso, le domande cui vanno date immediate risposte e le questioni rilevanti da tenere in debita considerazione, almeno prima di affrontare quella ricostruzione del nostro patrimonio di fede e arte, che inevitabilmente ci vedrà impegnati per lunghi anni, evitando che la scelta possa essere affidata al peso che possano avere singoli ‘gruppi di pressione istituzionale’, campagne elettorali locali, nazionali o europee, singolari congiunture astrali….
Nel proprio saluto di indirizzo alla due giorni di Roma papa Francesco aveva avvertito in merito alla dismissione dei luoghi di culto: «Qualora si rendesse necessaria, dovrebbe essere inserita per tempo nella ordinaria programmazione pastorale, essere preceduta da una adeguata informazione e risultare il più possibile condivisa.»
Se procederemo di questo passo, la dismissione di centinaia di chiese sarà inevitabile, irreversibile e per nulla condivisa…. . Museo diffuso adieu!

* già direttore dell'Ufficio Beni Culturali dell'Arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche