Pisa vuole smontare un pezzo di acquedotto mediceo. Settis inorridito

Il progetto su due-tre arcate, del Comune di centro destra, per una tangenziale. L’archeologo ed ex direttore della Normale: “Brutalità e arroganza”

Pisa vuole smontare un pezzo di acquedotto mediceo. Settis inorridito
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18 Novembre 2018 - 22.16


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A Pisa è scoppiata una polemica durissima intorno allo smontaggio di tre arcate di un acquedotto mediceo (sì, proprio un impianto architettonico costruito dai nostri antenati, un monumento) perché così si risparmierebbe sui costi per aprire la prevista tangenziale nord-est e con quei risparmi il Comune potrebbe restaurare le altre arcate dell’acquedotto. È un’idea francamente difficile anche da concepire. Eppure l’ha partorita la maggioranza di centro destra e ha lasciato logicamente stupefatto e inorridito Salvatore Settis, archeologo, storico dell’arte già direttore proprio della Scuola Normale di Pisa, studioso in prima fila nella tutela di paesaggi, arte e cultura. Sul Tirreno di domenica oggi, 18 novembre, lo studioso ha scritto un durissimo intervento affinché quel brano di architettura monumentale non venga demolito. Resta peraltro immaginare un via libera dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Pisa e Livorno e quindi dal Ministero dei Beni e attività Culturali.
In pratica la maggioranza vorrebbe smontare un pezzo dell’acquedotto dei Medici per far passare la tangenziale Nord-Est, rimontare quel pezzo in un altro punto, e in questo modo risparmiare i soldi per costruire un sottopasso destinando quei denari a restauri dell’acquedotto stesso. La proposta viene dall’assessore all’urbanistica e urbanista Massimo Dringoli, il sindaco Michele Conti la condivide e, come scrive Gabriele Masiero sul quotidiano La Nazione, l’ha rilanciata su Facebook suggerendo che quelle “due-tre arcate” potrebbero essere sistemate in una futura rotatoria.
Follia? Sul Tirreno Settis esordisce così nel suo articolo: “A quel che pare, brutalità e arroganza sono ingredienti alla moda nel nuovo clima politico. E perché mai, se così è, l’amministrazione comunale di Pisa dovrebbe fare eccezione? Trasecolando, leggo sul Tirreno del 16 novembre che secondo il nuovo Sindaco di Pisa tre arcate dell’acquedotto mediceo andrebbero demolite per risparmiare sui costi della tangenziale nord-est e che da tal risparmio si dovrebbero ricavare i mezzi economici per restaurare il resto delle arcate. Come se, mettiamo, il Vaticano distruggesse un pezzo degli affreschi della Cappella Sistina vendendone i frammenti, onde finanziare il restauro di tutto il resto. O se per restaurare il Colosseo se ne dovessero demolire le parti che “intralciano il traffico” nell’area circostante. Perversioni senza nome, di cui perfino le orde di Attila sarebbero incapaci”.
Come ricorda Settis, l’acquedotto “voluto dal granduca Ferdinando I dei Medici, fu cominciato nel 1588 e concluso nel 1613 sotto Cosimo II”. Va da Asciano Pisano alla città della Torre Pendente. Il modello è quello degli antichi acquedotti romani. Un modello architettonico e culturale, carico di simboli. Settis si augura che le dichiarazioni “attribuite al Sindaco Conti siano fake news”. Ma se sono vere e il centro destra prosegue su questa linea, “chi si benda gli occhi per non vedere sta offendendo la Costituzione e violando la legge”.

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