Paola Mattioli: “Femminismo e #metoo, sinistra dove sei?”

La fotografa: no alle quote rosa in arte ma mostre come “L’altro sguardo” servono ancora. “Il movimento #metoo è straordinario, ma molte italiane sono tiepide”

Paola Mattioli 2014. Foto: Gianni Romano,

Paola Mattioli 2014. Foto: Gianni Romano,

redazione 18 luglio 2018

Stefano Miliani


“Se la fotografia italiana non è stata valorizzata a livello internazionale, ancor meno è stata valorizzata la fotografia delle fotografe. Questa mostra ha tra l’altro il pregio di far vedere tante sfaccettature di molte autrici”. Paola Mattioli parla all’interno del Palazzo delle Esposizioni di Roma dove è inclusa nella rassegna “L’altro sguardo. Fotografie italiane 1965-2018”.


La mostra, curata insieme al catalogo edito da Silvana Editoriale da Rafaella Perna, propone una scelta dalla raccolta della collezionista e fotografa Donata Pizzi. Le autrici hanno registri molto diversi, appartengono a generazioni distanti e l’esposizione è un attestato della qualità e delle idee originali di fotografe che, è incontestabile, di norma hanno avuto meno rilievo dei colleghi maschi per una ragione semplicissima e slegata dalle loro immagini: perché sono donne. Lo sa bene Paola Mattioli, un nome affermato, in azione dalla fine degli anni ’60 che conosce l’intera storia del femminismo: milanese, alle inchieste sul lavoro in fabbrica, ai manicomi, a paesi come Kenya, Sudafrica e Senegal ha affiancato un’elaborazione dello sguardo e delle immagini con criteri diversi dal reportage.


Scusi, siamo ancora al punto di dover parlare delle fotografe come fotografe perché non abbiamo ancora una cultura dove vale solo e soltanto la qualità dell’opera, al di là di chi la esegue?


Purtroppo sì. Però non voglio cadere nelle lamentazioni. Trovo le “quote rosa” orribili. A me piacerebbe che un giorno queste mostre di donne non fossero più necessarie. Adesso lo sono.


Questa mostra è necessaria per raccontare opere messe da parte?


Come accade in politica - e anche a sinistra - nei confronti delle donne (penso Liberi e Uguali guidato soltanto da quattro uomini, il che è stato stupido oltre che sconfortante), anche il lavoro delle artiste è stato minimizzato o ignorato dalle storie dell’arte. È un grande rimosso. Gli studiosi e le studiose stanno riprendendole adesso.


Quando lei ha iniziato, negli anni ’60, per una fotografa era particolarmente arduo farsi vedere e conoscere. Oggi per una fotografa è più facile? Il femminismo le ha aiutate?


Le autrici di oggi partono dalla rivoluzione femminista e da quanto ha ottenuto la mia generazione, ma anche noi partivamo da quanto le donne della generazione di mia madre avevano conquistato per noi: come il voto per tutti nel 1948.


C’è qualche fotografa italiana che l’ha ispirata?


Sì. Penso a Carla Cerati (1920-2016, ndr), a Antonia Mulas (1939-2014, ndr). Mi hanno fatto credere che si potesse fare. Così come noi dobbiamo essere enormemente grate alle nostre madri per il diritto di voto, così ho una gratitudine enorme per queste fotografe. I fotografi erano quasi tutti maschi ed era davvero difficile essere anche solo ascoltate. E non per le nostre foto, ma per il nostro essere fotografe, donne.


Cosa pensa del movimento #Metoo?


Trovo che abbia avuto un valore politico straordinario. Il movimento americano ha avuto la forza politica di dar valore alle parole delle donne, parole che sono state prese per buone e valide.


In Italia? Asia Argento, per le sue coraggiose prese di posizione è stata “massacrata” da molti.


È vero. Il che apre dei problemi. Anche da molte donne italiane ho visto una partecipazione tiepida a #metoo. Ma il passaggio per cui la parola delle donne contro Weinstein è stata ascoltata ha significato un salto politico radicale. Perché l’ex produttore è stato sbalzato dalla sua posizione? Perché le donne si sono mosse compatte. Sono emerse indicazioni politiche importanti. Si è generato un gran dibattito per cui penso che qualcosa di buono verrà.


Lei prima ha citato Leu e un vertice tutto maschile. Oltre al fatto che è stata una strategia politica demenziale escludere Laura Boldrini perché avrebbe portato molti più voti, la ex presidente della Camera è stata attaccata per anni e spesso con parole violente.


La attaccavano da destra, soprattutto i leghisti, perché non tolleravano che una donna come lei fosse la terza carica dello Stato. È un fatto simbolico di quelli importanti, come è simbolicamente importante il ruolo di una giornalista, brava, come Lilli Gruber. Tornando alla Boldrini, troppi uomini non sopportano un fatto simile per cui ricorrono alla violenza verbale. Ma con questa violenza gli uomini devono misurarsi, devono interrogarsi: è un problema grave, è un problema degli uomini.


Dovendo sintetizzare in una frase il senso del femminismo?


È una battaglia per un mondo migliore per tutti. Per le donne e anche per gli uomini.


L'altro sguardo, al Palazzo delle Esposizioni 70 fotografe raccontano l'Italia che cambia