“Questo medioevo dell’Umbria s’ha da salvare.”

Nella chiesa devastata di San Salvatore in Campi (Norcia) un affresco rivela un progetto molto speciale inserito in una mostra di capolavori del ‘300. Ne parlano i tecnici

Particolare della Crocifissione in San Salvatore in Campi. Foto: Stefano Miliani

Particolare della Crocifissione in San Salvatore in Campi. Foto: Stefano Miliani

redazione 8 luglio 2018

Stefano Miliani


L’immagine che vedete racconta un capitolo di una storia. Raffigura un particolare di una “Crocifissione” affrescata in una chiesa dall’architettura romanica sventrata e ridotta in macerie dal terremoto del 2016. Il suo antico tetto non esiste più. È la chiesa di San Salvatore in Campi, nella Valle Castoriana presso il borgo di Campi, nel Comune di Norcia: aveva due navate una fianco all’altra, due rosoni e due portali, sembrava perduta per sempre. Le ferite resteranno, la chiesa con i suoi affreschi invece sembra che possa rinascere.
Intanto quella dolente e popolata Crocifissione di autore trecentesco si può vedere da vicino con visite guidate per 20-25 persone come tappa di una mostra alquanto speciale, “I capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino”, che si dipana fino al 4 novembre in quattro località umbre: il Complesso Museale di San Francesco a Montefalco; il Museo Diocesano con la nitida e romanica Basilica di Sant’Eufemia e il Museo Nazionale del Ducato nella Rocca Albornoz a Spoleto; il Museo di San Francesco a Trevi; lo Spazio Arte Valcasana (con due frammenti di pietra affrescata da San Salvatore in Campi) a Scheggino. Tutto in provincia di Perugia.


Grand tour umbro
La rassegna esplora, con spirito critico e coraggio nelle interpretazioni, una stagione pittorica vivacissima: la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo in Umbria, dove si sono riverberati gli effetti del ciclone di Giotto con i suoi affreschi nella basilica superiore di San Francesco ad Assisi e dove di norma non conosciamo i nomi degli artisti che rispondono perciò ai nomi di convenzione dati dagli storici dell’arte come Maestro di Fossa, Maestro di Cesi o Maestro della Croce di Trevi, tanto per ricordare autori ricorrenti nella mostra. Forti di lunghi studi e di uno sguardo che vuole coinvolgere i paesi per riscoprire le bellezze della vallata tiberina e dell’Appennino umbro, hanno curato la rassegna tre autentici specialisti del periodo e quell’arte: Vittoria Garibaldi, Dino Sperandio in veste di storico del periodo (è sindaco a Trevi) e Alessandro Delpriori, sindaco di Matelica nel maceratese e storico dell’arte la cui tesi ha gettato il seme per questa mostra. Per vedere le varie tappe sappiate occorrono un paio di giorni: li valgono, peraltro vi imbattete in borghi deliziosi dove abbondano anche prelibatezze del palato, a partire dai salumi, e nello struggente Appennino umbro. L’organizzazione è di Sistema Museo e Civita.


Osservando questi polittici, queste Madonne e questi Crocifissi pieni di colore a Montefalco, Spoleto e Trevi, oltre che a Scheggino e nella valle di Campi, ci facciamo un’idea di come gli artisti variassero lo sguardo e le forme intorno a temi fissi sacri. L’attenzione al dettaglio è spesso minuziosa e rivela anche atteggiamenti verso la vita terrena più vari di quanto un’errata percezione uniforme sul medioevo fa solitamente pensare. I confronti tra dossali, aureole dorate, sculture in legno dipinto di Madonne e Bambino nelle varie sedi sono coerenti e stimolanti.


“Salviamo la chiesa ma la cicatrice resterà”
Ma torniamo alla chiesa di San Salvatore in Campi perché anche lì si sta svolgendo un’impresa molto speciale: la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria diretta da Marica Mercalli con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma, e con l’ingegnere dell’Università di Genova Stefano Podestà, lavora per ricomporre per quanto possibile la chiesa e le pareti affrescate e maciullate dal sisma con un progetto di lungo corso. I tecnici hanno fiducia di riuscire nell’impresa e il cantiere nell’intervallo dai primi di aprile a fine giugno mostra passi avanti notevoli. “Abbiamo recuperato e catalogato il 99% del materiale della chiesa, non è perduta, ciò che è crollato è custodito – interviene l’architetto dell’Iscr Stefania Argenti – è una sfida su come ricostruire, fino a che punto ricostruire, è un cantiere-pilota. Per la prima volta qui siamo intervenuti nel recupero di tutte le pietre”. Per essere chiari: ogni singola pietra ha la sua brava indicazione e il suo numero per dire dove si trovava con precisione in modo ricomporre i pezzi di un puzzle difficilissimo ma non impossibile. E al recupero hanno provveduto giorno dopo giorno i tecnici del Ministero dei beni e attività culturali, dell’Iscr, i carabinieri del Nucleo tutela del patrimonio, i vigili del fuoco e con l'aiuto dei restauratori volontari della Onlus Cultural Heritage International Emergency - Chief.
“Abbiamo fatto subito la copertura della chiesa (con una tettoia provvisoria, ndr) insieme ai vigili del fuoco e così abbiamo salvato tantissimo compresa questa magnifica Crocifissione affrescata nel ‘300”, racconta lo storico dell’arte della soprintendenza Giovanni Luca De Logu. Al contempo l’esperto non può fare a meno di constatare come sia stato fattibile montare un cantiere così complesso nella chiesa grazie allo spazio aperto della vallata, mentre non è stato possibile fare altrettanto per le chiese dentro il paesino a breve distanza, Campi, perché manca lo spazio tra le case. E lì, per i crolli, si sono persi affreschi stupendi del Trecento e le chiese sono ancora sventrate.


Ricostruire? "Com'era dov'era è una mistificazione"


Ricostruire, sì ma con quali criteri? Con quali metodi? È la grande domanda. “Come Icr cerchiamo anche di far progredire la scienza del restauro di fronte a situazioni complesse. Da qui verranno indicazioni anche per altri cantieri problematici”, osserva Stefania Argenti. Ricostruire tutto secondo lo slogan “com’era dov’era”? “Non è un concetto accettabile detto cos – risponde l’architetto – Anzi mistifica. La ferita non si noterà ma deve esserci: le cicatrici non si vedranno in prima battuta, in secondo piano sì”. Come aggiunge De Logu, i tecnici stanno studiando anche come ricostruire o ricomporre visivamente le architetture interne, come quello che con queste ricerche si è rivelato un ciborio di fine ‘200 o inizio ‘300 e non una costruzione del 1463 come sembrava. E alla fine il senso della storia è: quel medioevo era ricco di storie e d’umanità raffigurate attraverso l’arte sacra, recuperare quanto è andato distrutto è un atto d’umanità in primo luogo per chi abita questi territori.


Per le info sulla mostra: capolavorideltrecento.it


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