Natali: «Cleopatra sta bene con Michelangelo, il direttore degli Uffizi sbaglia»

Schmidt sposterà una scultura ellenistica che ora è davanti al “Tondo Doni”. Il predecessore: "Un errore, rivela un’idea del museo anti-educativa ed elitaria"

Galleria degli Uffizi. Sala Michelangelo con Cleopatra o Arianna addormentata in primo piano. Foto Ste. Mi.

Galleria degli Uffizi. Sala Michelangelo con Cleopatra o Arianna addormentata in primo piano. Foto Ste. Mi.

redazione 16 gennaio 2018

Stefano Miliani


 


Il direttore degli Uffizi Eike Schmidt «lunedì 22 rimuoverà la scultura di “Cleopatra”, o di “Arianna addormentata”, come dir si voglia, dalla sala di Michelangelo e la porterà a pianterreno. Non scendo in polemica sugli altri disfacimenti del lavoro fatto e mi fermo a questo». Lo riferisce Antonio Natali, già direttore della Galleria a Firenze fino al 2014 compreso, quando il ministro dei beni culturali Dario Franceschini creò venti direttori di musei con autonomia prima inesistente e agli Uffizi collocò lo storico dell’arte tedesco. Schmidt mette in atto quanto manifestato pubblicamente: per facilitare il percorso dei visitatori vuole togliere la scultura romana del III secolo a.C., copia di un’opera ellenistica, dal centro della sala in cui è esposto il Tondo Doni sulla “Sacra famiglia” di Michelangelo, dipinto fondante del Manierismo eseguito nel 1503-1504 a Firenze. Storico dell’arte specialista come pochi dell’arte fiorentina del ‘500, Natali spiega a “Globalist” perché contesta la mossa del successore e, in realtà, tutta la linea politica del ministro dei beni culturali Dario Franceschini sui musei. Frattanto si candida al Senato per la formazione guidata da Pietro Grasso con Laura Boldrini “Liberi e Uguali”.

Natali, lei ritiene un errore il trasferimento della scultura. Le sue ragioni?


Intanto parliamo dell’allestimento di una sala di neppure cinque anni fa per cui anche le spese andrebbero considerate. È stato messo in discussione quasi tutto quanto fatto negli ultimi tempi quando ero in carica, e parlo di un progetto di un percorso fatto con altri e che i soprintendenti Antonio Paolucci prima e Cristina Acidini avevano condiviso. Questo trasferimento è sintomo di una ideologia sottesa che riguarda la museologia agli Uffizi.


Perché nel 2012 volle l’Arianna o Cleopatra davanti al Tondo Doni di Michelangelo?


Misi lì la “Cleopatra”, che è il titolo dato dalla Storia, o “l’Arianna addormentata”, che è il titolo colto, perché Giorgio Vasari scrisse che quanto non erano riusciti a trovare artisti come Mantegna e Botticelli, poterono trovarlo gli altri venuti dopo grazie ai ritrovamenti di “anticaglie” e cita sette-otto marmi dal gusto ellenistico tra cui questa statua. Alla Cleopatra e a poche altre sculture ellenistiche Vasari rimette il merito di aver dato la scossa per la nascita della Maniera moderna.


Non si trovava però agli Uffizi.


Prima era a Villa Corsini a Firenze. La feci sistemare al centro della sala su Michelangelo e sui fiorentini di primo ‘500, che sono gli artisti della Maniera moderna. Non volevo una sala di Michelangelo in senso stretto, altrimenti collocavo il Tondo Doni al centro della parete senza nulla intorno contribuendo alla temperie feticistica oggi vigente. Invece ai suoi lati ho collocato due opere del suo amico Francesco Granacci, in sala ci sono dipinti di Andrea del Sarto, Francabigio, Fra' Bartolomeo e Mariotto Albertinelli. Sistemare così la sala significava renderla un luogo di formazione e di educazione restituendo l’interpretazione del Vasari.


L’accostamento si regge anche su un confronto visivo?


Sì. La Cleopatra con le braccia che si avvitano è gemella della Vergine con le braccia che si avvitano per prendere Gesù da Giuseppe nel dipinto di Michelangelo. Un pannello spiega la vicenda nell’ottica di museo inteso come luogo di educazione. Se si dice di togliere la scultura con la scusa che è d’inciampo per i visitatori (almeno quando c’ero io non è mai cascato nessuno), l’esigenza credo sia un’altra. Si vuole creare un percorso fondato sui capi d’opera più famosi in modo da sveltire il tragitto dei visitatori che portano soldi agli Uffizi e che, quindi, prima escono meglio è. Questo è un concetto da museo elitario. Con un percorso di visita tutto diversificato, uno rapido e uno più approfondito, chi se ne intende vede anche opere non certo di secondo piano, gli altri vedono solo Botticelli e Leonardo e gli altri celebri. Invece va lasciato il tragitto comune e mettere online proposte di percorso come fanno il British Museum e il Louvre: indicano in quale sala puoi trovare un determinato quadro, stampi la piantina e fai quello che vuoi. Invece così si riduce il museo a cassetta di denaro. In questa situazione essere stato epurato è stata una grazia, non avrei campato.


Come mai è contrario a questa linea?


La mia linea è conflittuale con quella del ministro dei beni culturali Dario Franceschini che alla parola “valorizzazione” dà un significato economico. Se parti con l’idea di valorizzare per denaro si arriva alla sala del museo con le opere intese come feticci in modo che la gente sia soddisfatta e poi se ne vada anche senza apprendere.


E per lei cosa è “valorizzare”?


Per me valorizzare significa restituire valore culturale a un bene che non lo ha perduto o non lo ha avuto: se l’operazione viene fatta con intelligenza ed estro, porta denaro alla città, per conseguenza immediata. Ho letto che tra le mostre più viste della settimana scorsa dietro a Caravaggio, Monet, Picasso, Van Gogh c’è quella sul ‘500 fiorentino a Palazzo Strozzi a Firenze che ho curato insieme a Carlo Falciani ed è in corso fino è domenica: qui gli artisti sono Santi di Tito, l’Allori, lo Stradano, ignoti a quasi tutti. È un successo importante: se fai una mostra con cose nuove educhi, se la fai con cose risapute e munte fino all’ultima goccia le gente non impara niente. Però dal privato non si può pretendere un investimento educativo, deve fare un investimento economico, non rimetterci. Deve pensarci lo Stato. Che non fa soldi con i musei: li fa quando un manager mette d’accordo varie categorie sociali in modo che il turista stia in città almeno due giorni, non due ore per vedere gli Uffizi e poi ripartire. Beninteso, nella mia voce su quanto capita agli Uffizi non c’è affatto livore come qualcuno afferma, c’è solo tristezza.