Grande donna e dama di corte firma la "Divina Commedia" giapponese

L'intervista a uno dei curatori della prima antologia di letteratura classica nipponica che affascina tanti giovani. Esplode la voglia di Giappone

Grande donna e dama di corte firma la "Divina Commedia" giapponese
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30 Dicembre 2017 - 17.55


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di Delia Vaccarello

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Uno dei primi romanzi della letteratura mondiale è scritto da una donna ed è giapponese. Una specie di orientale Dante Alighieri di sesso femminile. Sarà questo uno dei segreti dell’interesse crescente verso la lingua classica giapponese? A fare da traino è la diffusa voglia di Giappone così presente nel cinema e nella letteratura contemporanea? A sottolineare il fascino riscosso da noi, arriva in libreria in questi giorni la prima antologia italiana che vede la luce grazie alla casa editrice Aracne dopo quasi un lustro di fatiche. Raccoglie una selezione di diciotto opere della letteratura giapponese prodotte nell’arco di mille anni, dal IX al XIX secolo, tanto in prosa che in versi. Nel lavoro è centrale il riferimento alla “Storia di Genji” monumentale opera di una dama di corte, considerata uno dei più grandi romanzi della storia della letteratura planetaria (si veda il successo della traduzione integrale pubblicata da Einaudi). Opera che a volte, magari senza saperlo, abbiamo visto trasposta nei popolari fumetti manga. Che dire poi della particolarità della scrittura giapponese, frutto di innesto con la scrittura cinese che per secoli ha avuto in Oriente la funzione di una lingua transculturale, simile all’inglese per noi contemporanei? Risponde ai nostri interrogativi Luca Milasi, professore aggregato di Filologia Giapponese alla Sapienza di Roma, uno dei curatori dell’antologia insieme a Cristian Pallone e Matteo Lucci.  

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Professor Milasi, a cosa è dovuto questo rinnovato e crescente interesse verso la letteratura nipponica? 
Uno dei fattori che ha determinato un rinnovato interesse per la letteratura giapponese in Italia è senz’altro lo straordinario successo della narrativa contemporanea e del cinema. Visto che siamo nell’era di Internet, è anche più semplice allargare la rosa dei propri interessi da queste popolari incarnazioni della cultura giapponese contemporanea ad ambiti quali ad esempio la letteratura classica, le arti visive eccetera.

Che cosa ha da dire oggi il mondo giapponese ai giovani ? Quali messaggi lo rendono un insegnamento affascinante? Perchè molti studiano il giapponese e in che modo la antologia li aiuterà? Che dire dello sguardo orientale così diverso dal modo di sezionare il mondo attraverso l’osservazione tipico dell’occidente?
Non saprei dare una risposta precisa, tuttavia, a giudicare dalla straordinaria popolarità dei corsi di lingua e cultura giapponese di cui sono testimone da anni, assieme ai colleghi di tutte le sedi che ne offrono, posso senz’altro dire che il Giappone è molto amato dai giovani. Credo di intuire che una certa sensibilità estetica tipicamente giapponese, ancora riconoscibile, pur fra innovazioni e cambiamenti, risulti per i nostri giovani molto comunicativa e tocchi qualcosa nel loro profondo. L’antologia, che il curatore principale, Cristian Pallone, ha perfezionato in tutti gli aspetti, comprese le utili appendici, li aiuterà senz’altro a sviluppare una percezione organica e completa della lingua giapponese in senso lato, orientandoli a comprendere quanto sia delicato il lavoro di traduzione e interpretazione di opere così distanti, culturalmente, e nel tempo. Le introduzioni in italiano sono utili anche per chi è interessato alla storia della letteratura.

Ma ha senso ancora parlare di Occidente e Oriente?
Per quanto riguarda lo sguardo “orientale”, diciamo così, non parlerei più tanto di occidente e oriente: nell’era della globalizzazione, anche il Giappone risulta, per la quantità di manifestazioni di esso entrate a pieno titolo anche nella nostra cultura, più vicino a noi. D’altro canto i giovani giapponesi sentono una distanza rispetto alle opere della loro letteratura classica pari, e forse in alcuni casi superiore, a quella dei nostri giovani verso un Dante o un Leopardi, un divario che possono colmare anche grazie alle molte traduzioni della loro lingua classica in linguaggi più moderni, un esempio su tutti, le varie trasposizioni a fumetti manga di opere esemplari come La Storia di Genji. L’immagine della tradizione che rimandano i nuovi media parla un linguaggio rivolto a tutti i giovani, di cui essi fruiscono quotidianamente, avvicinando la comprensione di queste opere a un pubblico via via più ampio.

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Nei suoi viaggi in Oriente intorno agli anni sessanta dello scorso secolo lo psicanalista Jacques Lacan fu colpito dallo sguardo e dalla estetica orientale, e fece dello sguardo un elemento centrale di alcuni suoi lavori. Ancora, l’innesto degli ideogrammi cinesi nella scrittura giapponese rese agli occhi di Lacan il giapponese una lingua paradgmatica, dandogli parecchi spunti in merito alla teoria del significante come porta di accesso all’inconscio. C’è oggi un’eredità lacaniana nell’approccio allo studio del giapponese?
Sicuramente detta eredità è ancora manifesta a livello direi istintivo nel modo in cui guardiamo, per lo meno a livello di teoria ingenua, una lingua che fa un uso anche parziale della scrittura logografica, come quella giapponese. Nello stesso tempo penso che la nostra fascinazione in merito all’aspetto “relativo alle idee” del segno logografico (che difatti gli specialisti si rifiutano di chiamare “ideogramma”) ingeneri il rischio di sottovalutare che la lingua scritta cinese fu anche, storicamente, un patrimonio comune di tutti i paesi dell’area estremo-orientale gravitanti attorno alla sfera d’influenza sinica, rappresentando una vera e propria lingua franca, e i sinogrammi, una sorta di linguaggio transculturale. 

Ci sono differenze tra Giappone e Occidente rispetto al peso e al ruolo della donna nella letteratura? Potrebbe essere anche questo uno degli elementi della crescente attrattiva?
Ciò che potrebbe rappresentare una differenza è l’attenzione che oggi si riserva alla letteratura femminile. Mi spiego meglio: in un paese come il Giappone, dove storicamente la scrittura femminile è stata canonizzata, godendo nel complesso di molto prestigio – chiaramente tolte le alterne fortune del periodo medievale e qualche stortura contemporanea – è fuor di dubbio che la letteratura femminile abbia un proprio spazio e peso, e nessuno studioso serio si sognerebbe mai di esimersi dal suo studio. Un pregiudizio che rimane, e che oggi ci si sta sforzando di scardinare, in Giappone, ma anche con il contributo degli studi europei sul Giappone, è l’idea che le donne parlassero solo fra di loro: pare invece che nel periodo classico in cui nascono le grandi opere di letteratura poi così esaltate e studiate, i canoni di scrittura maschile e femminile si intersecassero. In altre parole gli uomini sono stati gli iniziatori dei vari generi letterari, ma le donne sono state le autrici migliori, e nel comporre le loro opere si rivolgevano idealmente a un pubblico misto, comprendente appunto i letterati uomini. Credo che questa prospettiva contribuisca a scardinare il pregiudizio che vuole uomini e donne separati socialmente oltre che dal punto di vista letterario, e sotto questo profilo il Giappone è un interessantissimo caso di studio, secondo me.

Progetti editoriali in corso o auspicabili?
Sicuramente è necessario compilare anche un dizionario giapponese antico-italiano, e ancora di più, una nuova grammatica della lingua classica: le più recenti sono in inglese. Su quest’ultimo progetto so che alcuni colleghi stanno già lavorando da diverso tempo, e spero che presto veda la luce.

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