Ambrogio Lorenzetti, un gigante dell'arte che abbiamo dimenticato

Si inaugura a Siena una grande mostra dedicata al pittore senese, uno dei maestri del Trecento, noto per un capolavoro: il Buongoverno. Vogliamo iniziare a conoscerlo? Ce lo racconta Maurizio Boldrini

Ambrogio Lorenzetti, un gigante dell'arte che abbiamo dimenticato
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20 Ottobre 2017 - 18.36


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di Maurizio Boldrini*

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La storia di qualche grande artista è segnata, a volte, da fattori stravaganti: pittura un quadro di assoluta bellezza, scrive una poesia incomparabile, compone una musica armoniosa che si afferma che fa breccia nel gusto di massa e capolavori immediatamente riconoscibili. L’autore sarà ricordato dal pubblico prevalentemente per quel lavoro. L’opera diventa l’artista e il suo marchio. Nei secoli dei secoli. Chi dice Ambrogio Lorenzetti dice Buongoverno. Ecco che poi, a volte con colpevole ritardo, si scopre che l’artista è grande perché è andato anche oltre il singolo capolavoro universalmente riconosciuto.

La mostra su Ambrogio Lorenzetti inaugurata, oggi pomeriggio a Siena dal Presidente della Repubblica, muove proprio da quest’assunto. Il concetto lo riassumono, in modo esplicito, i tre curatori della mostra – Alessandro Bagnoli, Roberto Bartalini, Max Seidel- nell’introduzione all’accurato catalogo: ”Per quanto a prima vista possa sembrare un’affermazione paradossale, Ambrogio Lorenzetti è un artista poco conosciuto.

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Il paradosso sta nel fatto che fu senz’altro uno degli artisti più importanti nell’intera Europa tardo-medievale e fu presto celebre presso gli scrittori d’arte (grazie ai Commentarii del grande scultore rinascimentale Lorenzo Ghiberti). Gli studi – spesso di livello altissimo – si sono però concentrati sui suoi affreschi nel Palazzo Pubblico di Siena, le allegorie e gli effetti del Buono e del Cattivo Governo sulla città e il suo contado, manifesti’ cruciali dell’etica politica delle città-Stato italiane nella tarda età comunale e in specie del governo senese dei Nove. Ma la densità concettuale di quest’insieme di dipinti murali, i clamorosi risultati quanto alla riscoperta di una vera e propria ‘pittura topografica’ (sia che ci si riferisca alla capacità di percepire e rappresentare la realtà della città trecentesca sia che si pensi agli straordinari paesaggi) e la speciale perizia di Ambrogio nel riuscire a dare fulminea apparenza visiva a complessi concetti e a catene d’idee, hanno finito per gettare un cono d’ombra sul resto della sua storia e sulle altre sue opere, tutte in realtà fuori dall’ordinario”.

Su Ambrogio Lorenzetti, ad esempio, prima di questa mostra non esisteva un’affidabile monografia scientifica. L’intensa attività di ricerca e i cantieri di restauro nella basilica di San Francesco, nella Chiesa di Sant’Agostino (sui pontili sono salite, oltre agli studiosi, migliaia e migliaia di visitatori) hanno rappresentato l’occasione per squarciare i veli sull’insieme della vicenda artistica di uno dei grandissimi artisti del Trecento.
La mostra è collocata negli spazi del complesso dell’antico ospedale di Santa Maria della Scala ed è naturale che si tenga la Siena, la città dove l’artista nacque e operò e che conserva circa il settanta per cento delle sue opere conosciute. La mostra facendo convergere nella città toscana dipinti che provengono da importanti istituzioni internazionali (il Louvre, la National Gallery, gli Uffizi, i Musei Vaticani, l’Yale University) reintegra pressoché interamente la carriera artistica di Ambrogio Lorenzetti, facendo nuovamente convergere a Siena importanti dipinti che in larghissima parte furono prodotti proprio per cittadini senesi e per chiese di questa città.
I curatori di questa mostra destinata a colpire anche il pubblico di massa sia per l’alta valorizzazione delle opere e della loro godibilità sia per il piglio scientifico con il quale è stata ideata e realizzata, senza perdere di vista il grande ciclo di palazzo comunale, hanno inteso “fermare l’attenzione sullo straordinario linguaggio stilistico dell’artista, su come esso si trasformò nel tempo, sulle qualità intellettuali che emergono specialmente dal suo innovativo stile iconografico, sull’originale declinazione di particolari tipologie di dipinti e sul ruolo avuto dall’artista nel loro sviluppo, e insieme evocare e ricostruire quasi archeologicamente alcuni cicli di affreschi in antico molto celebri ma pressoché distrutti, se non fosse per la sopravvivenza di alcuni frammenti”.
In mostra, attraverso i lacerti superstiti, tornano a vivere idealmente i dipinti murali del convento francescano senese, che tra l’altro contenevano la prima rappresentazione di una tempesta nella storia della pittura occidentale (nella quale spiccava la “grandine folta in su e’ palvesi”, scrisse Ghiberti); il ciclo di affreschi del capitolo del convento di Sant’Agostino a Siena, ancora esemplare agli occhi di Vasari; e quello della cappella di San Galgano a Montesiepi, a tal punto fuori dai canoni della comune iconografia sacra del tempo che i committenti pretesero delle sostanziali modifiche poco dopo la loro conclusione.
Accanto a questi, i dipinti su tavola, altri affreschi da tempo distaccati per ragioni conservative dalle loro originarie sedi, una vetrata, la coperta di un registro semestrale della Gabella comunale: le opere oggi note di Ambrogio Lorenzetti sono presenti pressoché interamente al Santa Maria della Scala.
Dalle più antiche, che mostrano già l’eccezionalità del giovane pittore nel saper meditare simultaneamente sulle opere del fratello maggiore Pietro, anch’egli un fuoriclasse tra i pittori del tempo, come sui dipinti di Simone Martini e del patriarca della pittura senese, il grande Duccio. Ci si inoltra poi in un percorso che porta fino alle opere degli anni venti del secolo, già frutto di una posizione tutta propria di Ambrogio entro il firmamento senese; fino ai dipinti straordinari realizzati a Firenze intorno al 1332, “senza paralleli per inventività narrativa e per il clamoroso scandaglio del paesaggio e dei fenomeni naturali (dalle vele delle imbarcazioni che si perdono sull’orizzonte nelle Storie di San Nicola già nella chiesa di San Procolo a Firenze al paesaggio e ai mirifici effetti di luce ‘notturna’ nell’altarolo dello Städel Museum di Francoforte)”; fino alle opere degli avanzati anni trenta e quaranta, quando Ambrogio s’impose come il più affermato pittore a Siena e fu in grado di monopolizzare anche l’intera committenza del governo dei Nove, assumendo un ruolo di vero e proprio ‘pittore civico’.

La mostra su Lorenzetti viene da lontano e ha anni di lavoro alle spalle. È stata promossa dal Comune di Siena, unitamente all’Arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino, al Kunsthistorisches Institut/Max-Planck-Institut di Firenze, all’Opera della Metropolitana di Siena, all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, al Polo Museale della Toscana, alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo e alle Università senesi, in particolare del Dipartimento di Scienze Storiche e dei Beni Culturali dell’Università di Siena, per il lavoro di ricerca nel quale sono stati coinvolti giovani storici dell’arte formatisi nella stessa università. La mostra chiuderà il 21 di gennaio ed è possibile trovare orari, prezzi e informazioni dettagliate sul sito www.ambrogiolorenzetti.it.

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*Maurizio Boldrini è giornalista, scrittore, saggista. E’ docente all’Università di Siena dove insegna Teorie e Tecniche del linguaggio giornalistico e Comunicazione istituzionale 

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