1938: quando il fascismo cacciò gli ebrei dalla vita civile

A Roma documenti, filmati e foto mai esposte sulle Leggi razziali e le sue tragiche conseguenze

Isola di Favignana (Sicilia), 1939/40. Raimondo Di Neris (secondo da sinistra) con altri ebrei romani confinati

Isola di Favignana (Sicilia), 1939/40. Raimondo Di Neris (secondo da sinistra) con altri ebrei romani confinati

redazione 25 aprile 2018

La Casina dei Vallati della Fondazione Museo della Shoah, in via del Portico d’Ottavia a Roma, dal 26 aprile al 18 novembre è teatro della mostra “1938 – vite spezzate”, a cura di Marcello Pezzetti e Sara Berger.
La rassegna è allestita per ricordare la promulgazione delle Leggi Razziali in Italia nel 1938: tutte le persone di origine ebraica, considerate inferiori dal punto di vista “biologico”, vennero cacciate dal lavoro, dalla scuola, da ogni dimensione pubblica e privata. La mostra ricorda studenti e docenti espulsi dalle scuole e dalle università, scrittori, musicisti, giornalisti che dovettero tacere, impiegati, ingegneri, avvocati, magistrati e medici che non poterono più lavorare, solo per citare alcune categorie. E così gli ebrei fascisti si sentirono traditi, mentre molti giovani divennero antifascisti e poi diventarono partigiani. Molti degli ebrei italiani, nel 1943 e 1944, non poterono scampare alla deportazione e finirono tra i sei milioni di morti della Shoah.


Oltre a chi fu spedito al confino o peggio, la rassegna documenta anche le scelte più dolorose: da chi emigrò a chi, non vedendo via di scampo, si suicidò.
Il tutto attraverso foto, manifesti, documenti, giornali, oggetti e filmati, in gran parte inediti e originali, provenienti da archivi e collezioni private.


Info: Fondazione Museo della Shoah