Donne-spia: altro che Mata Hari, la realtà supera il cinema

Gina Haspel alla Cia conferma come i servizi di intelligence guidati da donne non siano più così rari. Una storia al di là dei cliché affrontata anche nei film: guarda quali

Naomi Watts e Sean Penn in "Fair Game"

Naomi Watts e Sean Penn in "Fair Game"

redazione 14 marzo 2018

Enzo Verrengia


 


Miss Moneypenny fa carriera, e da assennata, comprensiva ed efficiente segretaria assurge ai vertici dell’intelligence. È la parabola ascendente delle donne cui viene sempre più spesso affidato il compito essenziale di supervisionare, carpire e custodire i segreti dello scacchiere internazionale. L’ultima in ordine cronologico è Gina Haspel, nominata da Trump alla direzione della Cia, dopo che il suo predecessore, l’italo americano Mike Pompeo, ha sostituito come Segretario di Stato Rex Tillerson. Il turnover nella cerchia presidenziale degli Stati Uniti finisce per giungere a una mossa che ancora una volta caratterizza “The Donald” come l’inquilino più sorprendente della Casa Bianca. Un conservatore capace di sorprese innovative. Anche se vi sono dei precedenti. La stessa Haspel aveva già occupato la carica di Vice Direttrice della Cia fin dal febbraio dello scorso anno. Prima di lei, Barak Obama aveva assegnato quel ruolo ad Avril Haines. Ma qualche anno fa entrò in scena una donna alla testa del settore più nevralgico e controverso dell’apparato di sicurezza americano. L’affascinante Mary Beth Long ricevette dal Pentagono, il Ministero della Difesa, il compito di guidare la caccia a Osama bin Laden. Nel curriculum della signora, all’epoca meno che quarantenne, c’era una carriera da operativa sul campo, cioè agente sotto copertura della Cia, per meglio intendersi, emula di 007 nella realtà.
Una sua autorevole e celebre collega era stata Valerie Plame, “bruciata”, che nel gergo significa smascherata pubblicamente, dall’amministrazione Bush per vendetta contro il marito. Quest’ultimo, l’ex ambasciatore Joseph C. Wilson, aveva rivelato in un editoriale sul New York Times che l’Iraq di Saddam Hussein non possedeva armi di distruzione di massa. Ne seguì il cosiddetto Cia-gate, da cui la Plame e il marito uscirono vittoriosi. Il tutto poi ricostruito nel film Fair Game, di Doug Liman, con Naomi Watts e Sean Penn, tratto nel 2010 dai libri di memorie scritti dai due coniugi.
Per i servizi segreti britannici spuntò finalmente una buona stella nel febbraio 1992. Il gioco di parole veniva spontaneo alla nomina di Stella Rimington quale direttrice dell’MI5, il servizio di controspionaggio del Regno Unito. Era la prima donna che occupava una poltrona da sempre riservata agli uomini. L’augurio, all’epoca, era che sapesse riscattare gli organismi di sicurezza del suo Paese dalla pessima fama accumulata nel dopoguerra. Infatti un ex agente dei servizi italiani dichiarava in un’intervista televisiva: «Gli inglesi sono infestati di talpe sovietiche». La Rimington non deluse le aspettative e una volta ritiratasi cominciò a scrivere… romanzi di spionaggio! Dieci anni dopo il comando dell’MI5 passò a Eliza Mannigham-Buller.



 


Il tabù del ruolo maschile invece non viene ancora violato per i cugini-rivali dell’MI6, responsabile delle operazioni all’estero, tutt’ora mai diretto da una donna. Mentre nella serie cinematografica di James Bond, da Goldeneye a Skyfall, l’agente 007 deve eseguire gli ordini della stupenda e impareggiabile M interpretata da Judi Dench, che ha abbondantemente surclassato nell’immaginario degli storici fan il massiccio Bernard Lee e le sue strigliate allo scavezzacollo con licenza di uccidere.
Clandestine Women: The Untold Stories of Women in Espionage, ovvero “Donne clandestine: le storie mai raccontate delle donne nello spionaggio”, è il titolo scelto dalla promotrice Linda McCarthy, che ha fondato e curato il Cia Exhibit Center. Quest’ultimo, vero e proprio museo dell’intelligence, nel quartier generale della “Compagnia”, a Langley, in Virginia, viene visitato solo da addetti ai lavori e capi di stato. Sulle sue particolarissime esperienze di cicerone molto speciale, la McCarthy ha scritto un simpatico libro che, tradotto in italiano, suonerebbe “Spie, frottole e fandonie”.


Invece ad Arlington può andarci chiunque, e vedere l’armamentario delle agenti che, nella seconda guerra mondiale, compivano missioni per l’Oss, l’Office of Strategic Services, dal quale sorse poi la Cia. O ancora, apprendere che Josephine Baker, la divina soubrette di colore, nel 1937 rinunciò volontariamente alla cittadinanza americana in favore di quella francese, per ospitare nella sua compagnia componenti della resistenza e recapitare dispacci scritti con l’inchiostro simpatico sugli spartiti musicali. Riscoprire, quindi, la faccia nascosta di Marlene Dietrich, notoriamente attiva a favore della causa alleata. Sempre nel ’37, l’interprete de L’angelo azzurro, accettò di incidere in tedesco celebri canzoni americane, con effetti decisivi sul morale delle truppe di Berlino.
La McCarthy ricorda Julia Child, dedita alla cucina, cui dedicò volumi di ricette, altra spia dell’Oss, che realizzò una sostanza repellente per gli squali usata nelle operazioni subacquee per sabotare gli U-Boote nazisti.



 


Le “donne clandestine” vanno ancora più indietro, ai giorni della rivoluzione americana. L’anonima 355, ricordata anche con appellativo de “la signora”, fu determinante nel setacciare informazioni tra le fila delle giubbe rosse britanniche. Tutt’altro che le maliarde di 007, a proposito del quale la McCarthy è lapidaria: «James Bond? Una pessima spia. Perché si sa tutto di lui, perfino di come gli piace bere i suoi cocktail». Giudizio che ne ricorda uno analogo: «Dubito che un Bond in carne ed ossa sarebbe sopravvissuto più di quarantotto ore come agente dello spionaggio». Sottinteso: un tipo così appari¬scente, dalle abitudini rimarcate, si voterebbe a fare da bersaglio. Lo scrisse nella sua autobiografia Spy/Counter-Spy Dusko Popov, jugoslavo naturalizzato inglese, che durante la seconda guerra mondiale riuscì a infiltrarsi per conto dei servizi segreti inglesi nel temibile Abwehr, il controspionaggio militare tedesco diretto dall’Ammiraglio Wilhelm Walther Canaris, missione neanche troppo impossibile essendo un’accolita di filobritannici.
La mostra di Arlington rimette a fuoco la visione sensazionalistica di quello che non è un mestiere né, forse, un frutto di necessità. L’attitudine alla raccolta delle informazioni –vero significato del termine intelligence, come ricordò in una memorabile corrispondenza dagli Stati Uniti Ruggero Orlando– deriva da uno slancio eroico, che si accompagna a risorse di intelligenza, coraggio e presenza fisica. Lo sanno le donne addestrare dal Kgb per irretire VIP del blocco avversario e poi ricattarli o comunque sfruttarli a scopi di spionaggio. In russo, una del genere era detta lástocka, rondine, o koshka, colomba. Al maschile, l’equivalente si chiamava vóron, corvo.
Sta di fatto che se la storia dello spionaggio è fatta da uomini o al massimo da “belle fatali”, negli edifici ipertecnologici dove hanno sede le centrali dei servizi segreti, la presenza femminile non si limita più all’ordinaria amministrazione. Gina Haspel e le nuove dirigenti dell’intelligence sono una faccia in penombra dell’emancipazione e delle pari opportunità, i cui successi sono coperti dal segreto.