Shoah, la memoria non basta: chi ha perso tutto non è mai stato risarcito

Ben 26 mila ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio vivono in povertà. Gli scampati e gli eredi hanno intentato cause a banche e governi

La shoah

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redazione 26 gennaio 2018

Enzo Verrengia



Per fare ammenda dell’olocausto non è sufficiente la memoria. Occorrono gli indennizzi. Come gli oltre due milioni di dollari, più gli interessi, richiesti ad alcune banche da un gruppo di sopravvissuti della Shoa e da eredi di quelli che non ce l’hanno fatta. Si parte da un’accusa. La Banca Nazionale d’Ungheria, la Erste Group Bank, la MKB Bayerische Landesbank e la OTP Bank presero parte attiva al genocidio degli ebrei incamerando i beni degli internati nei lager. La Magyar Távirati Iroda, un’agenzia di stampa di Budapest, riferisce che invece gli istituti in elenco non hanno ricevuto alcuna istanza legale, e dunque sono impossibilitati ad ogni contromisura. I ricorrenti si rivolgono all’Illinois Northern District Court, proclamandosi “vittime dell’olocausto che hanno subito un furto bancario”. Oltre ai conti aperti negli istituti colpevoli, le appropriazioni hanno riguardato gioielli, opere d’arte e titoli conservati nelle cassette di sicurezza.
A febbraio del 2010 era stato avviato un procedimento analogo a carico delle Magyar Államvasutak, le ferrovie statali ungheresi, cui si imputa di avere collaborato alla deportazione degli ebrei nei campi di concentramento. La causa viene intentata dai discendenti dei prigionieri, che esigono un indennizzo di 240 milioni di dollari. Somma fissata dopo nove anni di ricerche, dalle quali risulta che i carri merci delle Magyar Államvasutak trasportarono 437 mila ebrei nelle camere a gas di Auschwitz dal marzo all’ottobre del 1944. Eppure il dirigente della federazione ebraica ungherese, Mazsihisz Peter Feldmajer, aveva dichiarato in precedenza che non si poteva condurre nessuna azione legale contro l’ente ferroviario su basi morali, perché la responsabilità dei viaggi della morte e delle espropriazioni ricadevano sul governo dell’epoca e non su una singola compagnia.
La Corte Federale di Appello della Germania, il 17 luglio 2009 ha stabilito un indennizzo di 700 mila euro per gli eredi dell’imprenditore Bernhard Hirschmann, costretto a vendere tutte le azioni della sua azienda per via del processo di arianizzazione imposto da Hitler. Robby Fichte, avvocato berlinese di parte civile che tutelava i ricorrenti, ha affermato che l’atto forzato aveva comportato la perdita dell’intera compagnia, non solamente di quote azionarie. I titolari, due fratelli, possedevano la maggioranza della Deutsche Kabelwerke AG, una ditta produttrice di fili e cavi elettrici, fondata nel 1890. Nel 1935, dopo le Leggi Razziali di Norimberga, avevano dovuto cederla alla Dresdner Bank e lasciare la Germania.
Tutte le potenze occupanti della Germania, tranne l’Unione Sovietica, nei rispettivi territori di competenza adottarono norme a favore delle vittime del nazismo. La prima fu la Legge del Governo Militare n. 59, che entrò in vigore nel novembre del 1947. Il programma di indennizzo durò 45 anni e comportò uno stanziamento di miliardi di dollari.
La Repubblica Federale tedesca, subito dopo la sua fondazione, nel 1949, mise al primo posto il problema degli indennizzi. Il Cancelliere Konrad Adenauer dichiarò il 27 settembre 1951: «In nostro nome, sono stati commessi crimini inenarrabili, che esigono indennizzi e risarcimenti, morali e materiali, per le persone e le proprietà degli ebrei che hanno subito danni così gravi».
Ma il Paese più bersagliato di critiche per avere approfittato della catastrofe ebraica durante il nazismo è la Svizzera. Lo ribadì a suo tempo Elan Steinberg, alto dirigente del Congresso Ebraico Mondiale, a suo tempo: «La Svizzera spicca non solo come centro bancario, ma anche come tappa di riciclaggio del denaro sottratto». Oro per un valore tra i 250 ed i 500 milioni di dollari affluirono nei forzieri elvetici provenienti dalle banche centrali dei Paesi occupati e dalle vittime dell’olocausto. Il tesoro venne trasferito su vagoni ferroviari con l’emblema nazionale svizzero, assicurato da compagnie svizzere. Risulta da un documento datato 1946 del servizio informazioni statunitense, che riporta l’interrogatorio effettuato l’anno prima ad un ufficiale nazista incaricato di occuparsi della questione in tempo di guerra. Scoperta che avveniva all’indomani di una sconcertante dichiarazione di Jean-Pascal Delamuraz, ex presidente della Confederazione Elvetica, che era arrivato a definire “ricatto” la richiesta di indennizzo da parte della comunità ebraica.
Gregory Schneider, vice presidente esecutivo della Conferenza delle Richieste Materiali alla Germania, fornisce dati sconfortanti sulla questione. Esistono in tutto il mondo 26 mila sopravvissuti ai campi di sterminio che vivono sulla soglia della povertà. 65 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, persone di 75 o 80 devono risparmiare sul cibo, sulle medicine e sul riscaldamento per vivere quanto resta loro. 100 mila vittime dei nazisti nell’Europa dell’est e nell’ex Unione Sovietica non possono accedere a fondi di solidarietà per non aver lasciato i loro Paesi di origine.
Il riscatto degli ebrei, dunque, è ancora da compiersi in un mondo che rischia di confinare la celebrazione del passato all’ennesimo rituale mediatico.