L’italiano, lingua morta per le culture?

Il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini: serve il pluralismo culturale, nella ricerca è sbagliato usare solo l’inglese

La villa medicea di Castello (Firenze) dove ha sede l'Accademia della Crusca

La villa medicea di Castello (Firenze) dove ha sede l'Accademia della Crusca

Qui, in Italia, è frequente sentir dire “network” invece di “rete” mentre i francesi usano correntemente il termine “Réseau”. Ma è giusto votarsi all’inglese a testa bassa, sempre e comunque, sia nel linguaggio scientifico e perfino in quello umanistico? Lontanissimo dal propugnare un insensato nazionalismo linguistico, il presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini nel sito dell’istituzione pone una domanda di gran rilievo per la cultura scientifica e anche umanistica in replica a un articolo uscito sul Corriere della Sera.


Domanda Marazzini: “Ma siamo proprio sicuri che la lingua della ricerca sia solo l’inglese?”. Dove la risposta, complessa e al termine di un ragionamento molto argomentato, è no, non è solo l’inglese. Soprattutto se si pretende di farla valere come lingua preponderante anche nel campo umanistico.


Oltre all’articolo, riprendiamo questo estratto che inquadra parte del ragionamento del linguista (torinese, classe 1949) che evidenzia come si tratti anche, non soltanto, di un argomento culturale dalle forti implicazioni politiche. In favore del pluralismo culturale e del confronto tra culture e popolazioni diverse, afferma il responsabile dell’Accademia che, dalla sede in una antica villa presso Firenze, segue e vigila la lingua italiana da secoli,


Ecco l’estratto, una minima parte di un testo che argomenta con accuratezza i vari passaggi:
«Un’eventuale forzata eliminazione delle occasioni in cui la terminologia inglese si converte in terminologia italiana costituisce dunque una spinta nella direzione dell’impoverimento della nostra lingua, tra l’altro insensata, perché non si tratta di abolire la parola originaria, ma semmai è interessante cogliere le opportunità del nuovo anche nella lingua nazionale, per mantenerla al livello delle altre; facilitando lo scambio plurilingue, gli equivalenti si costruiscono mediante il medesimo processo metaforico o di arricchimento semantico, per cui a Network e Rete si affiancheranno Réseau francese e Red spagnolo. Perché dovremmo combattere questo processo prezioso, opponendoci ad esso? Per risparmiare tempo? Per escludere una parte della popolazione dal sapere? Per superare la confusione della Torre di Babele? Per omologare tutto e tutti? Non è meglio ricordare che la traduzione è una componente preziosa del pluralismo culturale, e che questo pluralismo ha sempre arricchito la ricerca e il rapporto tra i popoli? »


 



Il link: “Ma siamo proprio sicuri che la lingua della ricerca sia solo l’inglese?”