Dacia Maraini: “Si dia una scorta alle donne minacciate”

"Con l’8 marzo c’è poco da festeggiare". La scrittrice spiega perché il movimento #metoo è positivo: "Se si alzano varie voci, una donna non finirà schiacciata da chi ha potere"

Dacia Maraini

Dacia Maraini

redazione 7 marzo 2018

Stefano Miliani


 


Una donna minacciata di morte da un uomo ha diritto a una scorta al pari dei politici. Lo propone Dacia Maraini, scrittrice, drammaturga, voce autorevole della letteratura italiana contemporanea che ha dedicato molte pagine e parole alle questioni femminili. Con l’ultimo romanzo da poco in libreria, (“Tre donne”, Rizzoli editore), l'autrice e in prima fila in tante battaglie sui diritti delle donne, e non solo delle donne, spiega perché il movimento #metoo è positivo. E per l’8 marzo, sul quale c'è poco da festeggiare, suggerisce un film e due libri.


 


Dacia Maraini, l’8 marzo è considerata la “festa delle donne” ma, ancora una volta, c’è da festeggiare? Giorni fa a Cisterna di Latina un carabiniere ha potuto sparare alla moglie (ferendola gravemente) e uccidere le due figlie pianificando tutto, anche il suo suicidio. Eppure lei aveva avvisato le autorità.


C'è poco da festeggiare infatti. Ma più che festeggiare l'8 marzo serve per ricordare che 200 donne sono morte bruciate vive perché il padrone le aveva chiuse a chiave dentro la fabbrica come un gregge di pecore di cui si teme il disordine.


A Macerata la morte di Pamela ha scatenato reazioni a non finire e una tentata strage di africani. Negli stessi giorni a Milano veniva uccisa Jessica da un maschio bianco italiano e non si è visto uno sdegno analogo. Come mai?


In effetti la assoluta maggioranza di delitti contro le donne sono compiute da italiani, addirittura da familiari. E spesso dopo molte denunce. La legge andrebbe riformata. Perché un politico mai minacciato di morte ha diritto a una scorta e una donna, minacciata più volte di morte, non ha diritto a una protezione dello Stato?


Come valuta il movimento contro le violenze alle donne #metoo e il documento di oltre 120 registe, attrici e produttrici di inizio febbraio contro le molestie?


Penso che sia una cosa importante. Una donna molestata, se denuncia il molestatore dotato di qualche potere, finirà schiacciata. Il potente assolderà dei grandi avvocati che finiranno per fare apparire lei come la vera responsabile e lui l'innocente. È successo varie volte e le ragazze lo sanno. Se invece si alzano varie voci le cose cambiano. A una donna sola si può dare della bugiarda ma quando diventano decine di voci, la verità appare più solida e riconoscibile. I famosi avvocati non ce la fanno contro una moltitudine di testimonianze. È quello che è successo con Weinstein. E ha dovuto arrendersi.


Il deficit maschile verso le donne è culturale, psicologico, sociale, o tutte queste cose insieme?
Il deficit, come lo chiama lei, è soprattutto culturale. Sta nel concetto di possesso che anima molti uomini. Quando un uomo identifica la sua virilità col possesso della donna amata, nel momento in cui lei fa anche un timido gesto di autonomia, lui entra in crisi, a tal punto da trasformarsi in un assassino. L'idea del possesso è prima di tutto culturale e ha radici profonde nella storia.


Lei ha da poco pubblicato “Tre donne”: lo definirebbe un romanzo “femminista”?


Non so cosa sia un romanzo femminista. Un romanzo non esprime ideologia ma osserva e racconta la realtà.


Quale libro, testo teatrale o film suggerirebbe per l’8 marzo sui diritti delle donne? Agli uomini forse, ancor prima che alle donne.


Un film vecchio di qualche anno ma secondo me molto attuale e straordinario è “Dancer in the Dark”. In cui appunto si racconta di una donna che viene condannata a morte solo perché non ha i soldi per pagarsi un bravo avvocato. In quanto al libro, proporrei di rileggere “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir. Dove si spiega molto bene che donne non si nasce ma si diventa, per pressione sociale e culturale. Aggiungerei “Dalla parte delle bambine” di Elena Gianini Belotti che dimostra, con prove alla mano, che a due anni i bambini, da liberi e uguali, si trasformano in piccoli esseri separati dagli stereotipi culturali.