Clara Sereni: Donne, ebrei e ora africani: bersagli perfetti degli intolleranti

La scrittrice sull'8 marzo: “Femminicidio, deve cambiare la mentalità di tutti, uomini e donne. Si intervenga a scuola. Gli appelli di persone famose non sono risolutivi”

Contro la violenza sulle donne

Contro la violenza sulle donne

redazione 6 marzo 2018

Stefano Miliani


Clara Sereni è una scrittrice dalla sensibilità particolarmente acuta che ha sempre intrecciato la dimensione femminile e privata con quanto avviene intorno, con la storia e la politica. Autrice di libri di grande originalità come “Casalinghitudine” (1987), “Manicomio primavera” (1989), “Il gioco dei regni” (1993, tutti Giunti editore), “Il lupo mercante” (Rizzoli, 2007), fondandosi sulla sua esperienza personale di madre ha creato la Fondazione Città del sole – Onlus per disabili psichici e mentali. Risponde a “Globalist” sull’8 marzo anche se non è in perfetta salute perché l’argomento le preme.


 


Clara Sereni, il femminicidio resta sempre presente nella cronaca. Perché siamo ancora a questo punto?


Non è una domanda facile. Se in un primo momento avrei attribuito le cause a quel poco di potere che gli uomini hanno perso e alla paura del potere delle donne, oggi, forse vedendo anche i risultati delle elezioni, mi viene da pensare che la situazione è di insicurezza tale che le donne come gli ebrei vanno sempre bene.


Ora potremmo metterci anche gli africani, tra i capri espiatori.


Certo. Ho detto gli ebrei perché quella è la mia storia. E tra chi usa “ebreo” come insulto quanti sanno che cos’è un ebreo? Non credo siano tanti. Il debole è il fragile quando c’è maggiore insicurezza e quando c’è insicurezza si va a parare verso l’altro che diventa il capro espiatorio.


Intendendo la parola “cultura” in senso ampio, cosa può suggerire?


Intervenire nelle scuole, indubbiamente. Ora è stata fatta una campagna sul bullismo, non so con quali risultati. A mia memoria una campagna sulle donne non c’è mai stata, anche se potrei sbagliarmi. Intervenire a scuola vuol dire affrontare la maggiore fragilità e incongruenze della personalità dei ragazzi. Gli adolescenti oggi hanno paura perfino di se stessi e fanno branco con molta facilità. Lì interverrei. Certo non con la linea di Trump, non armando gli insegnanti. La scuola è il nucleo dove è importante agire. Con uno psicologo per i ragazzi e, magari, anche per gli insegnanti.


E la politica?


Non so quante donne siano entrate adesso in Parlamento, non mi aspetto siano aumentate tanto (nella legislatura appena finita erano poco sopra il 30%, ndr). Continua a essere un problema non di poco conto. Non dico più “donna è bello” perché penso che c’è anche la Santanché, però qualcosa cambia se in politica ci sono più donne.


Sulle molestie? Come valuta l’appello di registe, attrici e produttrici “Dissenso comune” dell’inizio di febbraio?


È una faccenda complicata. Certo non avrei fatto come Catherine Deneuve ma si rischia un po’. Denunciare serve ma non basta. Pensiamo alla donna di Cisterna di Latina (il marito l’ha ferita a morte non riuscendo a ucciderla e ha ammazzato le due figlie, ndr): aveva fatto tutto quanto andava fatto, aveva denunciato. Lì c’è la responsabilità di chi ha detto che, essendo l’uomo un carabiniere, allora è una persona per bene. Deve esserci una modificazione nell’opinione pubblica.


Negli uomini?


Non soltanto. A una mia amica l’avvocatessa tempo fa ha consigliato di non denunciare l’uomo perché dopo diventa troppo complicato, si va nel penale. Le ha detto questo una donna. È proprio una mentalità complessiva: persiste l’idea che è colpa delle donne che provocano, si vestono bene, escono di casa invece di stare in famiglia per il bene comune. Se non si cambiano queste cose gli appelli di persone famose lasciano alcuni dubbi: non sono risolutivi.


 


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