Un Memorial per Nelson Mandela contro ogni razzismo

A Firenze replicata la cella dove fu imprigionato il Nobel che smantellò l'Apartheid sudafricano. Commossa la nipote: "Si emancipò con lo studio"

Firenze, Mandela Memorial. Foto Massimo Sestini

Firenze, Mandela Memorial. Foto Massimo Sestini

redazione 15 febbraio 2018

Tanto più significativo in tempi in cui si propaga il razzismo, l’Italia ha un piccolo luogo in onore di Nelson Mandela. Il palasport fiorentino intitolato all’avvocato sudafricano che ha sovvertito il regime dell’Apartheid ha inaugurato il “Mandela Memorial”, replica con le pareti in vetro della cella nella sezione B di Robben Island dove Mandela fu detenuto dal 13 giugno 1964 al 31 marzo 1982, quando fu trasferito nella prigione di Pollsmoor e in seguito nella prigione di Victor Verster da dove fu rilasciato l'11 febbraio 1990.


Il Mandela Memorial è un luogo semplice: è davanti al Palasport, visibile 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, misura 2,59 metri di lunghezza per 2,3 metri di larghezza, replica la cella di Robben Island, davanti a Città del Capo e oggi meta di visite al pubblico, aveva due piccole finestre, un tappeto come letto, un comodino e un secchio per i bisogni corporali: lì il premio Nobel per la Pace trascorse 18 dei 27 anni di prigionia.


All’inaugurazione Ndileka Mandela (nipote di Nelson Mandela) della Nelson Mandela Mandela Foundation, si è inginocchiata nella replica della cella e ha dichiarato: “Nelson Mandela mi ha detto quando ero piccola è che la cella gli ha dato la possibilità di trovare l’energia che ognuno di noi ha dentro. Penso che sia responsabilità di tutti noi, soprattutto con chi ha responsabilità di governo, cercare questa energia per inseguire i propri sogni. In tutte le lettere che mi scriveva parlava di educazione, di studio. È grazie alla formazione che mio nonno è riuscito ad emanciparsi. Lui era avvocato, avrebbe potuto avere una vita comoda, ma scelse di servire il suo popolo. Vorrei che la cella rappresentasse questo spirito, soprattutto per i giovani. Un simbolo di come possiamo superare anche le difficoltà più grandi. Quando è stato liberato ci ha detto che non odiava i suoi carcerieri, odiarli avrebbe significato essere ancora prigioniero. Entrare oggi in questa copia della cella mi ha turbata: è lo spazio in cui la guardia carceraria trovò mio nonno raggomitolato nella coperta, dopo che gli fu annunciato la morte di mio padre, quasi che volesse contenere il suo dolore all’interno di quella coperta”.