Miyashita Natsu, il Giappone dal tocco armonico è un libro

Nel romanzo “Un bosco di pecore e acciaio” la romanziera racconta un paese profondo che noi occidentali non conosciamo

Particolare dall'album “I racconti di Ise”. Giappone, seconda metà del XVII secolo: fino al 26 agosto al Museo d’Arte Orientale di Torino

Particolare dall'album “I racconti di Ise”. Giappone, seconda metà del XVII secolo: fino al 26 agosto al Museo d’Arte Orientale di Torino

redazione 28 maggio 2018

Enzo Verrengia


Farneticava il generale Yamashita alla conquista di Singapore: «Darwin ha detto che l’uomo bianco discende dalla scimmia. Noi giapponesi discendiamo dal Sole. Nello scontro tra le scimmie i discendenti degli dei è ovvio chi risulterà vincitore.»
È l’essenza dello shinto, il principio nipponico di autorità al quale piegarsi.
Ma che succede se una scrittrice cinquantenne, Miyashita Natsu, abbandona questo sentiero marziale per imboccarne un altro, odoroso e lieve ai passi, che porta nel bosco? Ne scaturisce un romanzo di formazione che è insieme un’elegia dell’esistenza a misura del rapporto fra bellezza del suono e meraviglia della realtà. L’esatto contrario anche dell’ukiyo-e, equivalente giapponese dello spleen, la malinconica sensazione del mondo che passa. Le case di carta, i fiori di stagione, che ricordano ai discendenti del Sole che in fondo sono fragili umani. Un fatalismo che non si addice al giovane Tamura, incantato un giorno dalla maestria con cui un accordatore trae riverberi dai tasti di un pianoforte nella palestra del liceo che lui frequenta. L’uomo si chiama Itadori e cambierà la vita del protagonista. Tamura viene dalle montagne e avverte nella musica una proprietà sinestetica. La perfezione tonale delle note accordate evoca i paesaggi originari del ragazzo. Oltre a suscitargli una rinnovata autocoscienza: «Lo scrigno della bellezza era sempre dentro di me e mi bastava sollevarne il coperchio. Mi accorsi che tutte le cose che fino a quel momento non avevo saputo definire belle volavano svelte a infilarsi in quello scrigno, da ogni angolo dei miei ricordi».
Si materializza così la sostanza narrativa di Un bosco di pecore e acciaio. Nulla di ermetico in questo titolo. Il bosco è la metafora sinestetica, le pecore forniscono la lana dei feltrini ai martelletti che percuotono l’acciaio delle corde da cui si spandono le melodie della tastiera.
Tamura proseguirà gli studi liceali in quelli di accordatore. Non vuole diventare un concertista, bensì apprendere l’arte di ridare ai pianoforti scordati il potere ammaliante dell’armonia. Al compimento del suo curriculum scolastico, viene assunto dallo stesso negozio di Itadori. Qui conosce Yanagi, di sette anni maggiore. Con lui entrerà nelle case di chi ha necessità di accordare lo strumento, fra cui quella della famiglia Sakura, cui appartengono le gemelle Yuni e Kazune. Tutte e due suonano il pianoforte con accenti diversi. Tamura le accoglie a pari merito nel suo scrigno interiore di bellezza. Tanto da pregare quando Kazune viene colta da un blocco delle mani di natura psicosomatica.
Nel frattempo, la scrittrice ha fatto visitare a noi gaijin, come i giapponesi definiscono gli occidentali, nicchie provinciali della civiltà del Sol Levante. Dove i ritmi esotici contagiano anche le interpretazioni della musica classica europea, come dimostra l’esibizione di un tedesco innamorato dell’accordatura di Itadori.
Un bosco di pecore e acciaio costituisce una tappa ineludibile di conoscenza antropologica, più e oltre che letteraria, dell’estremo oriente. A riprova del fatto che neanche la globalizzazione scalfisce certe specificità



Miyashita Natsu, Un bosco di pecore e acciaio (Mondadori, tr. di L. Testaverde, pp. 218, euro 19,50)


 


L'immagine


Nella foto vedete un particolare da un album illustrato dei “Racconti di Ise”. Giappone, seconda metà del XVII secolo (periodo edo): è esposto nella mostra aperta fino al 26 agosto al Museo d’Arte Orientale di Torino “Orienti. 7000 di arte asiatica dal Museo delle civiltà di Roma”  http://www.maotorino.it/it