Tutte più belle da Sylvie venuta dall'Africa

Molti immigrati “danno molto più di quanto ricevuto” al nostro Paese. Lo documenta Jacopo Storni nel suo libro “Siamo tutti terroristi”. Ne pubblichiamo un estratto

Un'opera di street art di Jess Chen e Roger Peet

Un'opera di street art di Jess Chen e Roger Peet

redazione 20 maggio 2018

Racconta di immigrati che hanno costruito o messo a frutto la loro professione, che sono rispettati, “che, pur nati in altri Paesi, non solo si sentono italiani, ma danno all’Italia molto più di quanto hanno ricevuto”, il libro di Jacopo Storni "Siamo tutti terroristi" (con prefazione di Emma Bonino, Castelvecchi editore, 230 pagine, 17.50 euro), edizione aggiornata de “L’Italia siamo noi. Storie di immigrati di successo”. Come riporta la scheda editoriale online, nelle 22 storie il giornalista parla di “architetti, manager, medici, imprenditori che hanno portato le loro competenze e il loro knowhow in Italia, persone che contribuiscono allo sviluppo economico italiano ed escono del tutto fuori dallo schema del profugo bisognoso di aiuto e di assistenza. Un modo completamente diverso di leggere il fenomeno immigrazione”. Il giornalista ha raccolto vicende e testimonianze con un titolo volutamente provocatorio e, come avverte nelle note stampa, ripreso da un'espressione consapevolmente provocatoria di Gianna Nannini.


“Il libro – dice Storni al suo editore - nasce da una frustrazione, quella di vedere rappresentati gli immigrati" sempre come  "profughi, poveracci, delinquenti, terroristi". Invece "la stragrande maggioranza" è composta da "lavoratori, imprenditori, ingegneri, medici, architetti. Finché i media racconteranno gli immigrati sempre nello stesso modo, l’immigrazione sarà percepita soltanto come minaccia, invece che come risorsa.


Su gentile concessione dell’autore, pubblichiamo un ampio estratto dal capitolo “Tutte più belle da Sylvie, l’estetista di fiducia”.



Sylvie, l’estetista ha fatto centro di Jacopo Storni


Sylvie ha lo sguardo frugale, i capelli corti e il naso schiacciato, gli occhi neri e un ciuffo bianco sopra la fronte. Le infonde saggezza. Come l’araba fenice tatuata sul collo. C’è profumo nel suo negozio, inebria i sensi. E’ spazioso il suo centro estetico. I lettini per i massaggi, gli oli ai fiori d’arancio, il burro di karitè al tè nero, lo scrub al finocchio, la crema alla vitamina C e quella al burro d’asino. Atmosfera onirica. Lei è vestita di bianco, il camice immacolato. Si aggira tra le stanze, risponde al telefono, trascrive gli appuntamenti. L’agenda è quasi piena. Il lavoro gira a mille. Non sempre è stato così. Ha dovuto lottare contro i luoghi comuni, soprattutto quando viveva a Milano. Dopo la scuola d’estetista, arrivò il tirocinio nei saloni di bellezza. Stava per cominciare il tirocinio presso un centro estetico, ma quando la proprietaria vide che era nera, le disse che no, meglio di no. Idem quando lavorava al Downtown Hair Studio, meta di vip, modelle e cantanti. Sylvie venne assunta, lavorava bene, ma un giorno una cliente le disse di no, meglio un’estetista bianca. “Scusi, non si offenda, non sono razzista ma… i massaggi li preferisco da una bianca”. Dicono tutti così: “Non sono razzista ma…”. E quella volta che, invece dei massaggi, i proprietari del centro estetico la mandavano a fare le commissioni, a comprare il pranzo, a pulire i cessi. Adesso Sylvie ci ride sopra. Cerca di smitizzare. Dice che il razzismo c’è anche in Africa. Razzismo tra etnie, lotta di classe. Tutto il mondo è paese. “Fino a 35 anni mi arrabbiavo, adesso mi rassegno all’ignoranza delle persone. Ma cerco di combatterla”. Lo fa tutti i giorni, massaggiando la pelle delle donne. Susanna è stata la prima cliente. “Mi disse di non mollare”. Da allora regna il passaparola, il centro estetico sempre pieno. Duecento clienti, tutte donne.


Sylvie è nata in Togo, da padre togolese e madre del Benin. “Mia madre emigrò dal Benin al Togo, la mia è una storia di emigrazione, è così da sempre, da prima della mia nascita”. Il mondo si muove, da sempre. Diciamo profughi e pensiamo all’Europa. L’assalto, l’assedio, l’invasione. Ma l’84 per cento dei rifugiati del mondo è ospitato in Paesi a basso reddito. Tra i dieci Paesi che nel 2016 hanno ospitato un maggior numero di persone in fuga, cinque sono africani: Etiopia, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ciad. L’Uganda, da sola, ospita un numero di rifugiati superiore al numero totale di persone accolte in tutta l’Unione Europea. Il campo profughi Bidibidi è divetanto una città. Quasi un modello d’accoglienza, secondo molti analisti. Sono immigrati interni, proprio come la madre di Sylvie, che in Togo conobbe suo padre. Una lunga storia d’amore, nacquero sette figli. Sylvie è la maggiore, una condizione di grande responsabilità, soprattutto in Africa. “Dovevo contribuire al benessere della mia famiglia”. Per questo scelse di emigrare. Una ragione comune, comune a tanti esseri umani che diventano migranti. Diventano storie, diventano numeri. A volte diventano cenere, corpi putrefatti nel cimitero dei nomadi. Sylvie ha avuto fortuna. E questa è la sua storia.


Una storia di mobilità, da subito. Aveva soltanto 6 mesi quando la famiglia si trasferì in Costa d’Avorio. Ecco Grand Bassam, città sul mare, capitale della Costa d’Avorio dal 1893 al 1900. “A Bassam si stava bene”. Riverbero di ricordi, laggiù in Costa d’Avorio. Il tempo scorreva lieve, atmosfera tropicale, così languida e purpurea. Ancora oggi, qui nel suo centro estetico di Firenze, Sylvie sente il suono melodico del mare. L’onda lunga dei tropici scavalca latitudini, supera l’Africa, argina il Mediterraneo, sorvola l’Italia per catapultarsi qui. E lei ne sente la fragranza, l’odore mistico, intramontabile. Sente quei rumori, respira quei valori: la condivisione, la collettività, le risate per le strade, la gente che ti parla, i gesti con le mani. “Come Napoli, l’Africa è come Napoli, le persone per strada si parlano, a volte gridano, mangiano con passione, ridono di gusto”. Napoli come l’Africa. C’è il mare sotto la pelle di Sylvie. Ricorda Bassam, i datteri e le palme. Il vento tiepido dei tropici. Ricorda quel giorno, aveva 21 anni, trovò lavoro presso un ristorante italiano. Ricorda la proprietaria, Anna, e ricorda suo nipote, Marco, che un giorno venne a trovare la zia. Marco e Sylvie si piacquero subito, e da quel giorno l’Italia divenne parte di lei. Venne in vacanza a Milano, insieme a Marco. “Tutto mi sembrava grande, sterminato, gigante, caotico, era come essere dentro un vortice, sballottati a destra e sinistra dalla frenesia degli eventi. E poi tutto era pulito, cristallino, tutto molto bello, ma forse troppo perfetto”. L’Italia come la perfezione, l’Europa pure. E’ questa perfezione, forse, che sognano i profughi di oggi. Per loro l’Europa è un mondo migliore. Per loro l’Italia è un mondo migliore. Noi invece la denigriamo tutti i giorni.



Era il 1996 quando Sylvie venne in vacanza in Italia. La vacanza divenne un soggiorno. Il visto turistico – ottenuto grazie all’invito ufficiale di Marco – venne rinnovato per tre volte. Fino alla definitiva scadenza. La vita a un bivio: ritorno in Africa o permanenza in Italia. C’era soltanto un modo per non diventare illegale: il matrimonio. E così fu, matrimonio in Comune, a Milano. Aveva soltanto 23 anni. Non durò a lungo. “Eravamo troppo giovani per fare un passo così importante”. Sylvie riuscì a restare in Italia, a lavorare come cameriera ai piani, come barista, come baby sitter. “Erano lavori umili, però mi piacevano, dobbiamo adeguarci se vogliamo vivere”. Vallo a spiegare ai giovani italiani, addomesticati sui loro divani come acqua dentro le spugne. Lei voleva fare l’estetista. E cominciò a studiare, a fare tesoro degli insegnamenti dei nonni, recuperando quel sapere tramandato nei secoli. “Entravo nei centri estetici e lasciavo il curriculum. Qualche volta ne approfittavo per un massaggio, una pulizia del viso, parlavo con la titolare e chiedevo se avevano bisogno di una dipendente”. La mattina cameriera ai piani, la sera 6 ore di corso di formazione. “Tutto questo per realizzare un sogno”. Quel sogno che oggi risplende in questa insegna verde e luminosa, a pochi metri dalla stazione Santa Maria Novella.


Proprio qui, adesso che stiamo parlando, sta entrando un venditore ambulante nigeriano. Vende libri, come fanno tanti ambulanti fuori dalle librerie. Sylvie lo conosce. Lo guarda, compassionevole, poi dice no, no grazie. Così lui se ne va, richiude docilmente la porta e riprende la sua strada, quella grigia dell’asfalto, quella sgretolata dei marciapiedi. E forse Sylvie si sente in colpa per non averlo aiutato. Scatta l’empatia, anche lui ha la pelle nera. La vita è una girandola, non sempre trovi l’ingresso giusto. Dipende dal destino. Dipende da se stessi, magari dal caso. Dipende dalla determinazione, non tutti i richiedenti asilo di oggi hanno la stessa forza di volontà. La ruota di Sylvie ha trovato gli incastri giusti. Oggi lei fa l’estetista. “Faccio le cose con il cuore, per questo ho ottenuto risultati. Quando curo la pelle delle persone, mi trasformo”.


Oggi Sylvie è sposata con Riccardo. Si è sposata a Santa Fe, durante un coast to coast in moto. E’ una tipa tosta. Ma non è facile tirarle fuori le parole. E’ diffidente. E’ scrupolosa. E’ genuina. Forse è sospettosa dei giornalisti. E chissà, magari fa bene. Ha conosciuto Riccardo a Milano, ma lui è cresciuto a Firenze ed è per questo che poi si sono trasferiti nel capoluogo toscano. Suo marito è insegnante di italiano, storia e geografia. E anche attivista. Ha partecipato a numerose manifestazioni per i diritti umani. Manifestazioni per i diritti dei migranti. Anche Sylvie è scesa in piazza. Anima e cuore: “Ho fatto tante battaglie, le facevo già quando ero in Costa d’Avorio”. Ricorda nostalgica: “Quanti lacrimogeni”. E’ diverso manifestare in Costa d’Avorio. Paese ricco, gente povera. Materie prime, l’oro dell’Africa. In Costa d’Avorio proliferano giacimenti di diamanti, oro, petrolio, gas naturale, ferro, nichel, bauxite. Eppure i giovani se ne vanno. Le benedette risorse dell’Africa sono la maledizione di un continente intero. Risorse che diventano condanne. L’oro, i diamanti, il petrolio, le terre coltivabili, tè, spezie, cacao, il mare intriso di pesci. Oggi l’80% dei prezzi pagati per questi beni resta all’Europa, all’America, alla Cina, solo il 20% va all’Africa. Che c’entra Sylvie? C’entra eccome. Ogni fuga ha una radice.