Arriaga “Selvaggio” tra sangue, violenza e riscatto

In una Città del Messico cupa e disperata, il romanzo del regista di “The burning plain” cattura con una suspense ad altissimo livello

Murale messicano contro la violenza. Foto Ventana Latina

Murale messicano contro la violenza. Foto Ventana Latina

redazione 13 maggio 2018

Rock Reynolds


Mi capitò, diversi anni fa, di assistere a una conversazione tra amici scrittori. Tre, se ricordo bene: gli inglesi Tim Willocks e Michael Jecks e il texano Joe Lansdale. La discussione verteva essenzialmente sul quantitativo ammissibile di violenza e di esplicitazione grafica del morboso in un romanzo piuttosto che in un film. I tre autori erano concordi: che gusto c’è se nella pagina di un libro o nella scena di un film non c’è profusione di sangue, sudore e sesso? Devo dire che non ero e non sono particolarmente in linea con la conclusione raggiunta all’unanimità dai tre amici. Vivo con un certo fastidio lo sfoggio compiaciuto della forza travolgente dei sentimenti e ho sempre privilegiato una prosa più sobria. Ma i tre amici sono ottimi scrittori e talvolta sfiorano vette elevatissime.
Quando, dunque, mi è capitato fra le mani il romanzo Il Selvaggio (Bompiani, traduzione di Bruno Arpaia, pagg 742, euro 22) di Guillermo Arriaga, che io conoscevo per la splendida regia dell’altrettanto splendido film The burning plain – Il confine della solitudine, ma di cui non avevo mai letto nulla, la curiosità ha rischiato di spegnersi dopo qualche pagina, sotto le mazzate implacabili di una prosa spietata che si nutre di violenza e disperazione come se fosse nettare da stillare insieme all’inchiostro. Fortuna che Arriaga ha saputo iniettare nel vortice di violenza primordiale che permea il suo ultimo romanzo anche un talento narrativo altrettanto naturale e cristallino, facendo digerire al mio stomaco delicato una storia splendida, a tratti indimenticabile.
Il Selvaggio potrebbe essere Arriaga stesso. Probabilmente lo è. Lo scrittore-sceneggiatore-regista nato nel 1958 a Città del Messico, una delle megalopoli più difficili della terra, sembra averne vista tanta di violenza sulla strada. Si dice che, a causa di una rissa brutale, abbia perso l’olfatto all’età di soli tredici anni. Ma il Selvaggio è una figura che sta a metà tra la leggenda e l’uomo comune. Pazienza se le incredibili tragedie che si abbattono su di lui e sulla sua famiglia sono un melange di disastri conosciuti da altri e di dolori vissuti in prima persona. Faccio fatica a immaginare che sia tutto parte del corredo di disgrazie dell’autore. Ma, in fondo, a importare non è chi ha veramente subito i capricci di un fato malevolo quanto il fatto che in questo mondo da un destino così cupo talvolta ci si debba realmente guardare.


Storie che si rincorrono
Costruito su due piani narrativi diversi, per non dire quattro, ovvero due storie che si rincorrono e che lo fanno al presente e al passato, Il selvaggio narra la vicenda del giovane Juan Guillermo, un ragazzo che cresce in una città intrisa di violenza, che vive i primi turbamenti dell’adolescenza in un ambiente complicato e che trova nel fratello Carlos, oltre che negli amorevoli genitori, un punto di riferimento, facendone una sorta di eroe. Peccato che il fratello, oltre che intelligentissimo e impavido, sia anche cocciuto e refrattario all’autorità costituita e che non abbia alcuna paura a mettersi contro un poliziotto corrotto e spietato. Peccato che l’anticlericalismo di suo padre renda la famiglia invisa ai benpensanti del quartiere e alle autorità ecclesiastiche. Peccato che, per capire meglio che aria sta iniziando a tirare intorno ai suoi traffici ormai sotto l’occhio vigile della polizia, Carlos chieda al fratello minore di fingere di mettersi con un gruppo di ragazzini figli di buona famiglia che, intorno alle vesti nere come l’inferno di un prete malvagio e infervorato, si dichiarano crociati di Dio, investiti dell’autorità per giudicare e per infliggere castighi. Peccato, soprattutto, che Juan Guillermo si lasci estorcere un particolare che sarà la condanna del fratello e il seme dell’annientamento della sua famiglia.
Non c’è alcuna rivelazione in questo, dato che l’autore mette in chiaro fin dalle prime pagine che la disperazione di Juan Guillermo è la conseguenza e non l’inizio della storia che sta per narrare, ricostruendola con sangue, sudore e sesso, come si diceva, ma anche straordinaria passione narrativa. A tenere in vita Juan Guillermo, strappandolo al baratro della disperazione più cieca, saranno poche cose: un amore altrettanto disgraziato, un’amicizia improbabile, l’incredibile rapporto con un lupo che tiene in casa sua e cerca di domare e la sete di vendetta che consuma ogni istante della sua vita. Una vita che è un teatrino di morte fin dalla nascita del protagonista, venuto al mondo dopo aver ucciso il suo stesso gemello nel ventre materno.
Ed è forse il secondo piano narrativo a rendere questo romanzo particolarmente interessante: la storia della lotta tra un cacciatore e un lupo in cui quel cacciatore individua il riflesso ancestrale di se stesso e a cui, quando sta per ucciderlo, capisce di non poter strappare la vita. È “il Selvaggio” che è in ognuno di noi. L’autentico richiamo della foresta, espresso magistralmente da Guillermo Arriaga. Chi abbia letto Oltre il confine di Cormac McCarthy, secondo capitolo della sua trilogia della “Frontiera”, troverà assonanze intriganti nella rappresentazione della natura più cruda e affascinante.
È la morte, fin dalle primissime righe de Il selvaggio, a farla da padrona, a stabilire il passo narrativo di un’opera quasi monumentale. E lo è pure la sete di giustizia, una giustizia dal sapore religioso e salvifico. Proprio come ci si attende da un’opera latinoamericana, l’atmosfera del libro pencola pericolosamente tra il sacro e il profano, il demonio e la santità, il bigottismo e l’ateismo. “I gesuiti sono gli unici atei che credono in Dio” si racconta nel romanzo.
La critica aperta del sistema corrotto e clientelare della società messicana, alimentato dalle ossessioni e dai vizi del capitalismo dei gringos, non è che uno degli strali lanciati da Arriaga senza ma e senza se. L’altro è il rigetto del classismo e, soprattutto, del perbenismo cattolico. Un esempio? “Mio padre giurò che avrebbe dedicato il resto della vita a che fosse fatta giustizia… sarebbe anche riuscito a far condannare gli assassini del figlio. Non fece i conti con il marciume e l’impunità cronica del sistema giudiziario messicano, con il complotto fra gli assassini e coloro che avrebbero dovuto punirli. Complici la purezza morale dei giovani cattolici e l’efficace crudeltà della polizia.”
È un conto alla rovescia verso un finale apocalittico? Ovviamente, questo lo scoprirà il lettore voltando rapidamente le pagine, perché Il selvaggio, malgrado le atmosfere cupissime, le scene di violenza e disperazione e i temi serissimi che tratta, si legge come un vero romanzo di suspense.


 


 


 


 


 

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