Andrea Pazienza quel mio amico così unico, così geniale

Lo scrittore Enzo Verrengia ci regala un ritratto privato dell'artista che ha cambiato la storia del fumetto in Italia e al quale è dedicata una grande mostra a Roma

Andrea Pazienza, autoritratto

Andrea Pazienza, autoritratto

redazione 22 maggio 2018

Enzo Verrengia


 


Buon compleanno, Andrea, dovunque tu sia in quel paradiso psichedelico di disegni colorati al pennarello, dove c’è spazio anche per il rock, per la narrativa avventurosa, per l’autobiografia dei maudits, per il cinema e per l’arte a 360 gradi. Ci ritroveremo tutti lassù, un giorno, a sghignazzare sui disastri combinati dalle generazioni che ci hanno seguito, dapprima entusiaste di elettronica, poi lobotomizzate dal digitale che svende nei megastore la subcultura del terzo millennio, incapace di produrre talento, inventiva e genialità.
Il ricordo più tenero che ho di te è quella domenica pomeriggio dell’inverno del 1969, quando tu eri sofferente su un lettino di ospedale, scampato a un attacco di appendicite che rischiava di degenerare in peritonite. Intorno a te c’erano tuo padre, Enrico, burberamente affettuoso come sempre, impagabile con quella erre moscia che ti ha trasmesso, e tua madre, Giuliana, ancora in apprensione per lo scampato pericolo. Tu parlavi con un filo di voce. Malgrado fossi già alto, eri regredito alla tua naturale condizione biologica di ragazzino. Come noi che ti venimmo a trovare: io, Lino e Gaetano. Ti portammo in regalo Il libro della giungla. Non l’originale di Kipling, bensì la versione legata al film di Disney, che riproduceva i fotogrammi dei cartoni animati. Più fumetto che letteratura, cioè nelle tue corde. Peraltro, noi eravamo reduci da un’altra produzione Disney, Il fantasma del pirata Barbanera. Te lo raccontammo e ridemmo insieme, tu con prudenza, per non strapazzare la ferita fresca dell’intervento chirurgico. In quella stanzetta d’ospedale aleggiava l’odore di pulizia del condominio di via Daunia, a San Severo, dove abitavi e dove anni dopo avresti disegnato le tavole che hanno fatto di te un immortale. Per la precisione, le realizzasti su in mansarda, e lì tua madre ha lasciato sul vetro l’impronta della tua mano.
Ci saremmo saliti anche noi, prima che tu diventassi PAZ, per tenere esilaranti sedute spiritiche di cui erano vittime degli allocchi che adescavamo sul Viale della Villa con la promessa di viaggi misterici molto più spettacolari di quello con l’LSD. Erano ragazzi del popolo, subornati dalla nostra postura borghese, sui quali esercitavamo una presunzione di superiorità culturale, oltre che sociale.
E intanto gli anni passavano, tra San Severo e il mondo che andavamo a conoscere. Anche quello di prossimità, il Gargano, dove ti spingevi con il Dingo Cross e il casco semintegrale, fantascientifico, con quella visiera di plexiglas che faceva di te un astronauta dell’asfalto, all’assalto della salita d’Ingarano per arrivare a San Menaio quando ancora non c’era la superstrada che adesso aggira dall’interno il lago di Varano. Eri già il modello iconografico di te stesso e non lo sapevi.
Ma il mondo che volevamo conoscere era fatto anche, e di più, di immaginario e di conoscenza. Al cinema, per esempio, sceglievamo le pellicole più improbabili e “difficili”, quando gli autori potevano esprimersi liberamente senza soggiacere alle regole di quel moloch che si chiama mercato. Per esempio, andammo a vedere un capolavoro misconosciuto di Robert Altman, Images, del 1972. Due ore di puro labirinto visivo con le musiche atonali di Stomu Yamashta per raccontare una vicenda di schizofrenia magistralmente interpretata dalla bellissima Susannah York e dall’impareggiabile Marcel Bozzuffi. Tu, Andrea, ci spiegavi le prospettive visuali e il grafismo delle scenografie, all’uscita, mentre arrivava un muratore che, come usava all’epoca, ci chiedeva se il film meritava. Ed io, con un colpo d’ala alla Amici miei, dissi che era brutto e noioso. Tu ti scompisciasti dalle risate, capendo che avevo fatto un favore a quel poveraccio, risparmiandogli due ore di intellettualismo tormentoso e incomprensibile.
In quegli anni, frequentavi il Liceo Artistico di Pescara, e quindi eri già abituato a vivere lontano da casa. Noi, invece bramavamo l’euforia di iscriverci all’università, finalmente svincolati dagli orari imposti in famiglia. Ci guardavi con l’ironico distacco del veterano. «Enzo» mi dicesti, «sai cosa significa avere la febbre a quaranta e non c’è la mamma a portarti il brodino?» Rimasi interdetto. «L’ultima volta che mi è successo» continuasti, «ho sminuzzato fra i denti uno stecchino, l’unica cosa che avevo nell’appartamento pescarese.»
Fosti saggio a premunirci. A Bologna, quando ci iscrivemmo al DAMS, affrontammo un clima, un’ostilità antimeridionale, una dispersione caotica negli slogan di quegli anni formidabili per gli emuli di Capanna, uno smog di lacrimogeni che disintegrarono la solarità inimitabile di questa Sacra Puglia che avremo sempre nel sangue. Tanto è vero che poi scappammo via di là. Tu con una ferita più profonda di quella lasciata dall’operazione di appendicite, che non si rimarginò e suppurò fino a distruggerti.
Ti spegnesti alla fine del decennio successivo, altrettanto orribile, anzi peggiore, perché sostituiva al piombo e al marxismo da insalata il cosiddetto “edonismo reaganiano”, fatto di giacche invertebrate, capelli con il mullet sul collo, arrivismo, yuppismo e idiozia di massa che preparava l’attuale delirio collettivo. Avevano capito tutto i tuoi eroi, Pentothal, Zanardi, Enrico Fiabeschi e soprattutto il crepuscolare Pompeo, che meditava in nuvolette il suo nichilismo inoppugnabile.
Oggi, nel giorno del tuo compleanno, ridacchiamo assieme su questo presente che è la summa di tutto quanto tu avevi preconizzato e per fortuna non hai sperimentato dal vero. Peccato, però. Con te vivo, la nostra kulturkampf avrebbe uno slancio preoccupante per i beoti che hanno invaso il campo.


Arf! Pazienza al Mattatoio


Andrea Pazienza morì il 16 giugno 1988. Questo 23 maggio 2018 avrebbe compiuto 62 anni. Nel trentennale di questa perdita traumatica per la cultura italiana ed europea si tiene la mostra Andrea Pazienza, trent’anni senza, dal 25 al 27 maggio al Mattatoio di Roma. L’iniziativa è a cura di Arf! Festival e Napoli Comicon. Saranno proposte al pubblico opere originali raccolte in una rassegna antologica che vuole raccontare soprattutto l’Andrea Pazienza fumettista - con una particolare attenzione ad un’intera nuova generazione di lettori che forse l’ha conosciuto poco - attraverso una ricca selezione della sua opera.
Per i visitatori sarà così occasione di scoprire un intelletto inimitabile che precocemente, molto precocemente, seppe dare prova di quella versatilità espressiva che in letteratura ha riscontri soltanto nei più grandi, da Oscar Wilde a Pasolini, passando per il pescarese Flaiano.
Il catalogo sarà pubblicato dalla Fandango-Coconino Press.